ALDA Diario di una diversa al Teatro Elfo Puccini di Milano

Recensione di Lavinia Laura Morisco

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Tra solitudine e sete d’amore: la poesia come arma di seduzione

ALDA Diario di una diversa è andato in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 21 al 26 giugno. Con la regia e drammaturgia di Giorgio Gallione, si tratta del riadattamento teatrale dello scritto autobiografico di Alda Merini “L’altra verità. Diario di una diversa” pubblicato nel 1986. Il testo racconta in maniera diretta, semplice e autentica i dieci anni che Alda ha trascorso all’interno del manicomio Paolo Pini di Milano. Tra immagini vivide, sofferenza e sete d’amore, la poetessa restituisce al lettore l’idea di una topografia della mente e dei fatti lucida e forte. Il testo è di lettura scorrevole, è intenso e intimo.

Nella cornice della città natale di Alda Merini Milano (1931 – 2009) il regista Giorgio Gallione ha avuto un’intuizione geniale: riportare letteralmente in vita la poetessa, o meglio riportare in vita la poesia.

All’interno di un paesaggio lunare cosparso di sabbia – uno spazio sospeso e senza tempo creato da Marcello Chiarenza – Alda Merini è interpretata da una brillante e commovente Milvia Marigliano. 

Alda “si è trasferita” su un altro pianeta, si è “alienata”, ma la sua anima è a ancora cosparsa di ferite e varchi di solitudine. In scena c’è un pianoforte al contrario e una sedia vuota: “Una sedia? Io sono come una sedia, una sedia  vuota su cui non siede mai nessuno”. Così esordisce Milvia Marigliano ed è così che lo spettatore viene spinto con una dolce-violenza in quel vortice poetico di solitudine perenne e di ricerca incessante dell’amore. Alda ha avuto una madre fredda e che l’ha tenuta lontana dalle passioni a cui invece la poetessa voleva dedicarsi come il pianoforte. Ha avuto 4 figlie dal marito Ettore Carniti. Nessuna delle sue figlie e dei suoi familiari è andata a trovarla quando è stata rinchiusa in manicomio. Scriveva: “Improvvisamente, come nelle favole, tutti i parenti scomparvero. (…) Dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a scalciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti. Ma, non era forse la mia una ribellione umana?”

Sulla scena ci sono 4 danzatori (di DEOS – Danse Ensemble Opera Studio) che diventano emanazione e expulsio – onis dell’anima di Alda con le coreografie di Giovanni di Cicco. 4 come il numero di quelle figlie “mancate”, talmente radicate dentro di sé e talmente amate da concretizzarsi in figure plastiche che si muovono come alter ego della poetessa, vagando dentro i sentieri di quei versi che, recitati da Marigliano, conferiscono a creare atmosfere oniriche e deliranti, toccanti e coinvolgenti.

Durante gli anni in manicomio Alda è stata sottoposta a elettroshock e psicoanalisi e ha continuato sempre a innamorarsi. Ha dedicato un intero capitolo del suo diario a Pierre, incontrato in manicomio. Diceva di lui: “Un uomo buono, un malato muto. Si innamorò di me e lo capì dai suoi sguardi dolci, dalle margheritine che mi regalava ogni giorno.” L’arrivo di Pierre rese la degenza in quel luogo di tortura più accettabile. Un giorno Alda vide Pierre caricato su una specie di furgone insieme a “altre bestie”, lo mandarono in un cronicario.

Da quel giorno il buio e la solitudine sono tornati protagonisti. 

Notevole e poetica l’idea di porre in scena una finestra sospesa, la finestra dell’immaginazione e della mente, come un’apertura dell’occhio o un sogno a occhi aperti appunto, quel sogno che pur nella disperazione e nella sofferenza dilaganti, non muore mai.

Lo spettacolo di Gallione è la formula perfetta per raccontare questo genio della poesia. ALDA storia di una diversa, riattraversa in modo orginale e sensibile la vita e l’anima di Alda, riprendendo poesie e aforismi dall’intera opera di Alda, scoprendo anche il suo rapporto con il sesso e la sessualità, con il sentirsi bene nella sua follia, con la convivenza dentro una sofferenza all’interno della quale è diventata forte, acquisendo uno spessore interiore che non può essere scalfito da niente e nessuno.

Mi piace concludere questo articolo con questa frase di Alda:

La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia” “Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle,/aprire le zolle potesse scatenar tempesta.”

La poesia di Alda Merini è quindi condanna alla sofferenza, ma è anche la migliore arma per sedurre gli animi e far innamorare le menti.