venerdì, Marzo 1, 2024

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Intervista a Beatrice Visibelli

In scena nei teatri della Toscana (e non solo) con La Mite di Dostoevskij, adattamento e regia di Nicola Zavagli

Ispirato a un caso di cronaca, La mite è un lungo racconto di Fëdor Dostoevskij, pubblicato nel 1876 nel numero di novembre del suo Diario di uno scrittore, che usciva a cadenza mensile sulla rivista Il cittadino. Protagonista un uomo, quarantun anni, ex capitano cacciato dal reggimento con l’accusa di viltà e ora titolare di un banco dei pegni. Non è un inveterato criminale ma, come l’Uomo del sottosuolo, è divorato dalla frustrazione e dal rancore. Ha sposato una sedicenne di umili condizioni e la sua avidità senza scrupoli lo ha portato a considerare la moglie solo come una sua proprietà.
La regia di Nicola Zavagli ribalta i ruoli della coppia, affrontando il tema della violenza domestica da una prospettiva inedita, alla ricerca di una verità che si distacca dalla cronaca e scandaglia l’animo umano dal suo interno.

 

Beatrice, quando e come vi siete imbattuti in questo testo di Dostoevskij?
Dostoevskij è stato uno dei miei primi amori letterari da ragazzina, e da quel momento non è mai mancato sugli scaffali di casa. Negli ultimi anni, soprattutto durante la pandemia, mentre i teatri erano chiusi, l’abbiamo riscoperto, ed è tornato sul nostro tavolo dei desideri. Erano anche mesi in cui abbiamo percepito una recrudescenza della violenza domestica, ancora più difficile da vedere e combattere. Le case erano chiuse, esattamente come lo è quella dei protagonisti de La mite, in cui le pareti erano le uniche presenze ingombranti e dove non esistevano amici né vicini. Chi entrava, entrava da cliente del banco dei pegni, lasciando la porta aperta giusto il tempo per rimarcare il confine tra un dentro angusto e un fuori ormai sconosciuto, proibito. Non c’era relazione con il mondo esterno. E questa analogia ci ha fatto venire voglia di leggere il testo in un’altra ottica.

Perché avete deciso di rovesciare i ruoli della vittima e del carnefice?
Il punto di partenza è stata una domanda: com’è che da uomo normale si diventa un torturatore? Volevamo entrare nei meandri della mente di quest’uomo, capire se era possibile immergervisi dentro fino al punto di aderire a quei pensieri violenti. E la risposta è stata: decisamene sì. I meccanismi dell’anima e della mente non hanno sesso. Interpretare questo testo, fin dalle prime letture, mi ha dato la profonda conferma che sono il nostro passato, le condizioni esterne, l’influenza che gli altri hanno su di noi a rendere possibile il realizzarsi della violenza. In questo monologo abbiamo cercato di far emergere l’interiorità del personaggio, e poi la forma scenica si è creata naturalmente. È stato quasi indispensabile rovesciare i ruoli, senza mai pensare alla costruzione di un personaggio che fosse necessariamente un uomo o necessariamente una donna. Quando la voce del carnefice è risuonata artisticamente dentro di me, lo spettacolo aveva già una sua impronta ben precisa, che poi è quella che più riusciva a mostrare l’evidenza – e dunque la necessità – della parità di genere.

Come tutti i grandi classici, La mite si adatta perfettamente a descrivere l’attualità. Anche nella vostra versione, che pure dà al testo un taglio del tutto nuovo, non ci sono riferimenti alla cronaca. Si può parlare di attualità raccontando una storia avvenuta quasi un secolo e mezzo fa?
Assolutamente sì, ed è stato proprio questa la molla che è scattata per prima. La mite si inserisce perfettamente nel dibattito attuale sulla violenza di genere e sull’emancipazione della donna. Eppure, secondo noi, questo essere invasi dai fatti di cronaca, ascoltare i racconti – necessari, beninteso – non riesce mai ad aprire profondamente il nostro pensiero critico. Dalla cronaca emerge l’uomo violento che uccide e tortura, in una parola: il mostro. Ma il mostro, in quanto tale, non è più nemmeno uomo, è lontano, lo percepiamo come altro da noi. E non è affatto così. Come ha detto anche Alessandra Pauncz, presidente dell’Associazione Centro di ascolto Uomini Maltrattanti, nutrirci continuamente della cronaca non ci aiuta a comprendere fino in fondo la violenza. Dobbiamo fare i conti con il fatto che in ognuno di noi si può annidare un torturatore, così come in ognuno di noi si può annidare una vittima. Lo spettacolo si pone come obiettivo quello di spronare a chiederci quanto siamo realmente lontani, o vicini, a questo pensiero.

Foto di Lucia Baldini

Un sapiente indagatore dell’animo umano come Dostoevskij illumina questi temi in modo straordinario. Non abbiamo spostato la storia dal suo tempo, quindi il protagonista resta un uomo dell’Ottocento, macchiato dalla viltà per non aver voluto partecipare a un duello e per questo corroso da un rancore e da una solitudine che possiamo considerare estreme. Ma la sua è una frustrazione che esiste ancora oggi. Pensa le stesse cose che pensano oggi un ragazzo, una donna, un uomo emarginati in qualsiasi contesto sociale, dalla scuola al lavoro. E qui emerge anche un altro aspetto che riporta La mite nell’attualità più incombente: quella della prevaricazione che, dal rapporto di coppia, si estende a qualsiasi relazione tra persone.

Quindi anche nella politica, nel senso più ampio del termine?
Sì. Ogni volta che riprendo in mano questo testo, lo rileggo e mi ci immergo dentro, sento risuonare non solo la violenza di genere, ma tutte le azioni messe in atto da chi è in una posizione di potere, come fa un dittatore su un popolo. Ogni spettacolo, ogni forma d’arte, ha anche lo scopo di stimolare una riflessione nel pubblico, e credo che oggi una riflessione imprescindibile sia quella che ci porta a scegliere da che parte stare. Non nelle piccole sfumature, ma tra le due macro-divisioni che si delineano con sempre maggior chiarezza: democrazia da un lato, totalitarismi dall’altro. Due sistemi politici, ma anche due modi completamente diversi di vedere il mondo e le relazioni. Le democrazie, per quanto imperfette, sono quelle che ci danno la possibilità di partecipare alla costruzione di un futuro migliore. Mentre la dittatura conosce solo negazione di libertà, repressione e impone assoluta sottomissione. Da queste condizioni è difficile sottrarsi e spesso si riesce a farlo solo con la fuga, o la morte. Come vediamo accadere anche ne La Mite.

A teatro un attore non si rivolge mai solo a sé stesso, neanche in un soliloquio. In questo monologo interiore a chi parla il protagonista?
Il protagonista si rivolge a sé stesso, o meglio, ai fantasmi di sé. Non ha risolto la sua frustrazione, quindi ha sempre e solo avuto voglia di vendetta e di riscatto, scegliendo l’isolamento sociale. Per uscire da questa gabbia non resta che la soluzione estrema. Nell’adattamento di Nicola Zavagli, alla fine, la decisione finale spetta alla donna. Ma a quale prezzo?
E credo che in questo anche la regia di Nicola abbia avuto un ruolo fondamentale, ad esempio nella scelta di parlare spesso rivolta verso sedie vuote, di spalle al pubblico, sfruttando la presenza di una quarta parete dichiarata. Torniamo all’importanza dei muri, che non sono solo fisici. C’è il muro che impedisce l’ascolto delle parole, ma anche dei gesti, degli atteggiamenti dell’altro, o dell’altra. Il protagonista è un uomo che ascolta solo sé stesso, e con una confusione mentale tanto evidente da rendere complessa persino la sua stessa comprensione. È un uomo che ha sempre ascoltato soltanto i suoi problemi, le sue esigenze, le sue viltà. E quando non c’è ascolto, non c’è reciprocità, non c’è relazione. In più, questo rifiuto dell’ascolto lo esercita proprio quella parte della coppia che detiene il potere – economico, sociale, di età, di genere – mentre a subire è una ragazza a cui la società non ha dato alcun sostegno. Anche questo ci è sembrato molto moderno, in un tempo in cui siamo estremamente fragili nell’ascolto degli altri.

La mite ha già girato tanti teatri italiani, ottenendo un grande successo. Qual è la cosa che ha colpito di più il pubblico?
In realtà c’è qualcosa che ha colpito molto me nella reazione che ha avuto il pubblico, ovvero il silenzio in sala durante la rappresentazione. Questo monologo è stato accolto con un profondo rispetto, e allo stesso tempo con stupore e partecipazione, come se le persone, invece di essere sedute a teatro, fossero in piedi, curve, a sbirciare che cosa accade dentro una casa di sconosciuti, persino dentro la mente di qualcun altro. Dopo una replica a Teatro Nazionale di Genova una signora mi disse di aver pianto tantissimo, e anche questo mi ha colpito profondamente, perché significa che, nella confusione dei pensieri di questo carnefice, lei era riuscita a leggere con chiarezza un dolore tanto forte quanto limpido.

Quali sono le prossime date?
Questo mercoledì, l’8 marzo, saremo al Teatro Roma di Castagneto Carducci, mentre giovedì 9 al Teatro del Popolo di Rapolano Terme. Il prossimo fine settimana saremo a casa, al Teatro delle Spiagge di Firenze, sabato alle 21.00 e domenica alle 16.30. Il 18 marzo, invece, al Teatro La Fenice di Arsoli e poi riprenderemo con altre repliche a fine stagione e ancora nella prossima, da ottobre in poi. Vi aspettiamo a teatro!

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