“L’UOMO PRUDENTE” di Carlo Goldoni

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Non si capisce perché “L’uomo prudente” sia sempre stata considerata un’opera minore.  E’ una delle prime commedie nella quale Goldoni costruisce il carattere e lo spessore psicologico dei personaggi pur mantenendo marginalmente in vita le maschere della commedia dell’arte.

Pantalone, vedovo e risposato con una giovane donna, è fondamentalmente un uomo onesto, ma da buon mercante contrasta l’amore del figlio Ottavio per Diana, una vedova squattrinata e, con l’inganno, trama affinché il ragazzo sposi una giovane con ricca dote e sopporta al di là di ogni limite che la  cinica moglie Beatrice amoreggi con giovani cicisbei e maltratti la figlia di primo letto Rosaura. Ma Pantalone, come tutte le persone di carattere debole e “prudente”, quando esplode non risparmia nessun (a suo dire) colpevole: licenzia i servi sodali della moglie (Brighella, Arlecchino e Colombina), caccia gli spasimanti, favorisce le nozze della figlia sempre contrastate dalla perfida consorte e impone alla stessa una vita “onorata”. A questo punto la vicenda si tinge di giallo. Moglie e figlio messi alle strette per guadagnare patrimonio e libertà tentano di avvelenare il vecchio, ma una cagnettina svelerà l’inganno. Poi c’è l’inutile lieto fine che, a mio avviso, rovina la festa.

Il testo si presta ad una doppia lettura. La prima considera Pantalone simbolo della borghesia veneziana avveduta e onesta che per salvare l’onore della famiglia che si sta sfasciando per colpa dei costumi del tempo, viene a patti con la coscienza, con la giustizia e con la legge. La seconda, quella che considera il comportamento di Pantalone (che nasconde le prove delle trama ordita dalla moglie e del figlio per avvelenarlo), latore di un messaggio buonista, perbenista, di ipocrita prudenza, la foglia di fico che maschera le vergogne della famiglia e, in senso lato, della società.

Paolo Bonacelli rientra perfettamente nei panni di Pantalone, è padrone della scena e, con una sapiente recitazione straniata, sa essere all’occorrenza comicamente melenso, piagnucolone, furioso, accomodante, imperioso. Tutti bravi gli attori. Federica Di Martino è  la squinza, cinica e seducente Beatrice, Nino Bignamini si moltiplica in tre ruoli, Brighella, i Arlecchino e il giudice, Elena Ferrari è la figlia Rosaura, Francesco Gerardi veste i panni del figlio Ottavio, la brillante Paola Giglio quelli di Colombina, Federico Vigorito del cavalier servente di Beatrice, Simone Ciampi amante di  Rosaura, Alessandra Raichi la giovane vedova e Giacomo Rosselli che  si distingue  nella duplice veste di cuoco e notaio.

L’adattamento del testo di Goldoni, è stato curato dallo stesso Bonacelli e dall’ottimo regista Franco Però.

Le scene di estrema semplicità e funzionalità (una serie di tende/separè che delimitano la scena e fungono da stanze e vie di fuga) sono di Andrea Viotti, il disegno luci è affidato a Franco Nuzzo e le musiche curate da Antonio Di Pofi.

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