Don Giovanni, a cenar teco. Drammaturgia di Antonio Latella e Linda Dalisi

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Questo Don Giovanni per alcuni è un possente collage di suggestioni poetiche, per altri, una sorta di melting pot, una fusione non sempre riuscita di vari elementi sia di genere sia di stile che danno vita ad un lessico drammaturgico non sempre di facile comprensione. Se dovessimo definirla con una frase diremmo questo don Giovanni è sicuramente il frutto molto kitsch di un’intelligente provocazione. L’interpretazione è affidata più al linguaggio del corpo che alla recitazione, al canto, alla musica con arie e liriche sublimi, ai paludamenti di volta in volta autoreferenziali (dal ‘600 alla seconda metà del 900) per non dire clowneschi che si contrappongono a una scenografia semplice, asciutta, funzionale. Antonio Latella gioca col testo di Molière, ne esalta l’aspetto erotico così come Don Giovanni gioca l’arma della seduzione per far cadere nella sua rete le belle dame che incontra. Latella lo descrive: ” … un essere schiavo del suo amore per l’amore stesso, innamorato del genere femminile e di ogni suo esemplare, senza mai farsene possedere davvero, godendo del rischio e del gioco di sottomettere una donna per poi fuggire verso una nuova avventura”. Don Giovanni ricerca l’equazione dell’amore, quindi della vita, nel paranoico impulso libertino. Il suo appagamento si nutre della conquista più che degli sviluppi sessuali ché anzi (nel gioco) lo riportano ogni volta alla casella di partenza. Nel suo parossistico andare e venire, questo irrefrenabile narcisismo, segnerà la sua fine e quando Don Giovanni muore Sganarello suo servo e coscienza critica cinicamente dirà “E adesso chi mi paga?”. L’impenitente libertino ateo e irriverente ha un pessimo rapporto col padre e col trascendente. “Infatti, se Dio è amore e tutti amano Dio, è impossibile per Don Giovanni avvicinarsi a qualsiasi forma di religiosità, dal momento che vuole essere lui stesso l’unico corpo da venerare”. In fondo Don Giovanni è un essere tormentato dal senso di colpa e da una fondamentale infelicità.
Lo spettacolo, dopo un primo atto bello, emozionante, intenso, senza pause è seguito un secondo atto scontato, inutile, prolisso con la poco originale trovata di far uscire gli attori dai rispettivi personaggi e rivolgersi agli spettatori per informarli che (udite, udite..) avrebbero sfondato la quarta parete per poi esibirsi in un lungo happening in sala (col pretesto di cercare la statua del Commendatore) fra le risate di un pubblico compiacente.
Ottimo il cast di attori che si prodigano in tirate lunghe e impegnative. Ricordiamo Caterina Carpio, Daniele Fior, Massimiliano Loizzi, Giovanni Franzoni, Candida Nieri, Valentina Vacca e last but not least il bravissimo contraltista Maurizio Rippa.
Merito del regista Antonio Latella, che ha diretto con sapienza gli attori e fatto funzionare alla perfezione il meccanismo teatrale, se lo spettacolo riscuote un largo successo di pubblico e di critica. Notevoli gli effetti luce curati da Simone De Angelis.
Una nota particolare allo scenografo e costumista Fabio Sonnino per alcuni meravigliosi “quadri” che ricordano i grandi pittori del seicento.

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