Matilde di Shabran

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Torna ad imporsi la statura vocale di Juan Diego Florez

 A cura di Giosetta Guerra

 

Stesso protagonista maschile, stessa scenografia (costumi e regia compresi) del 2004, traslocati all’Adriatic Arena, per Matilde di Shabran, o sia Bellezza e cuor di ferro, opera semiseria di Rossini del 1821, che conobbe momenti di gloria fino al 1830 e momenti di oblio e di semi oblio fino al 1859, anno in cui ritornò in auge grazie alla coppia Mario Tiberini-Angiolina Ortolani che la interpretarono al Teatro del Liceo di Barcellona e dal 1863 al 1875 alla Scala di Milano e in molti teatri italiani ed europei per ben venti produzioni.

A Pesaro il lavoro incrociato del regista Mario Martone con lo scenografo SergioTramonti, la costumista UrsulaPatzak e il disegnatore luci Pasquale Mari ha prodotto un allestimento originale, che al primo impatto colpiva per lo sviluppo in verticale, la sinuosità delle linee e la mobilità di una doppia scala ferrigna a chiocciola, via d’accesso al castello, al centro di un ambiente oscuro, ma ad un’attenta analisi lasciava capire il perché di certe scelte. Così l’ambiente tetro rispecchiava il clima creato dalla prepotenza del misogino Corradino, la scala era di ferro come il suo cuore, ma era mobile e mutevole come i suoi sentimenti contrastanti e sinuosa come le grazie di Matilde.

Il regista ha fatto muovere i personaggi, che entravano da ogni parte, ai piedi delle scalinate e sugli scalini, creando diversi piani d’azione e suggestivi tableau, il tutto filtrato col velo dell’ironia.

Nel ruolo del castellano tiranno si è imposto nuovamente il tenore belcantistica Juan Diego Florez per la padronanza della coloratura rossiniana, per la particolare flessibilità dell’organo vocale nelle agilità di forza, nel canto sillabato, negli slanci svettanti e limpidi, negli arabeschi e nelle volatine, per la verve della sua interpretazione, grazie anche al physique du rôle (strepitoso nell’esternare la sua alterigia), e per il piglio determinato nel gestire lo spazio scenico. Nel quartetto Alma rea, nei quintetti, nei sestetti e nei finali si staccavano le lance acutissime di Florez, che ha però dovuto aspettare quasi il Finale dell’opera per esibirsi in un’aria tutta sua. Un vero mattatore, così giovane e da tempo re del belcanto.

Il soprano Olga Peretyatko nel ruolo dell’astuta Matilde di Shabran ha esordito con un mezzo vocale di poco spessore, ma è cresciuta in corso d’opera. La voce agile e limpida arrivava dappertutto, si addolciva e la gola si è rivelata idonea al canto d’agilità e di coloratura.

Anche lei ha avuto modo di sfoggiare la sua arte solo nel rondò finale gaiamente virtuosistico Son tua…, cantando come un usignolo e sollevando grandi applausi per la padronanza tecnica con cui ha affrontato quello sfarfallio di note e di cadenze.

Attore versatile e regista di se stesso, il basso buffo Paolo Bordogna ha ricoperto con intelligenza ed acume il ruolo del poetastro Isidoro, che si esprime in napoletano ed ha molti recitativi accompagnati dal fortepiano; la voce è agilissima come la musica, ben usata e corre come il personaggio che non sta fermo un momento.

L’ingresso del medico Aliprando era accompagnato da un ritmo cadenzato, come di marcia, la voce era quella ampia e autorevole di Nicola Alaimo, agilissima nei sillabati e nella fitta scrittura.

Nel ruolo en travesti del nobile Edoardo, figlio di Raimondo, il mezzosoprano Anna Goryachova ha dimostrato di padroneggiare il canto di coloratura; nelle due splendide pagine di notevole difficoltà esecutiva, la cavatina del I atto Piange il mio ciglio e la scena e cavatina Sazia tu fossi alfine…Ah! perché, perché la morte del II, con l’accompagnamento virtuoso del corno (favoloso) e l’incalzare dell’orchestra, la Goryachova ha esternato la bellezza, l’ampiezza e la duttilità del suo mezzo vocale, la rotondità, la luminosità e la morbidezza del suono, la buona gestione del fiato in ogni registro e una bella linea di canto.

Il basso Simon Orfila nel ruolo del torriere Ginardo ha evidenziato voce ampia, con buone arcate e buone progressioni dal grave all’acuto, ma poco ferma nei tempi lenti.

Nelle vesti ridicolizzate della Contessa d’Arco Chiara Chialli ha esibito una voce di mezzosoprano agile nei sillabati, ma poco fluida nell’emissione, i suoni sono risultati un po’ pompati e poco naturali.

Il tenore Giorgio Misseri ha prestato una voce poco aggraziata a Egoldo, capo dei contadini.

Il vecchio padre Raimondo Lopez è stato interpretato dal basso Marco Filippo Romano e Rodrigo, capo degli armigeri dal tenore Ugo Rosati.

I coristi, che vestivano i panni degli armigeri, dei villani e delle villanelle e che comparivano in apertura e in chiusura degli atti partecipando ovviamente ai concertati, erano quelli del Coro del Teatro Comunale di Bologna, preparato da Lorenzo Fratini.

In sala si sentiva l’eco, come se le voci fossero amplificate.

Cesellatore della musica rossiniana, che è un continuo ricamo, e con occhio attento sia alla buca che al palcoscenico, il giovane ed esperto direttore Michele Mariotti ha guidato l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna con gesto sicuro fin dalla Sinfonia, tratta da Edoardo e Cristina, che è inizialmente delicata e resta aerea e leggera anche quando si scatena il ritmo rossiniano.

L’opera, ricca di brio e di vivacità, è terminata con tutti i personaggi distribuiti sulla pedana ruotante alla base delle due scale, a mo’ di figurine fisse di un carillon che gira a suon di musica.

Uno spettacolo veramente piacevole.

Crediti fotografici: Amati-Bacciardi per Rossini Opera Festival di Pesaro

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