Chiove di Pau Miro

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fotoproduzione Teatri Uniti in collaborazione con Institut Ramon Llull, Obrador/sala Beckett, Dogma Televisivo, Nessuno Tv e DAMS-Università della Calabria/ArtiMeridianeLab

 

Chiove è un’opera che Pau Miro, un giovane affermato autore catalano, ha ambientato nei vicoli delle Ramblas di Barcellona e che Enrico Ianniello ha tradotto nel verace vernacolo napoletano e localizzato nel quartiere spagnolo della città. L’ambientazione è fedele all’ oleografia dei “bassi”, una stanza all’ultimo piano di un palazzo fatiscente dove una giovane donna (Lali) convive con il suo ragazzo (Carlo) e provvede al menage familiare prostituendosi. Il quadretto, privo di originalità, è completato da un cliente abituale (Davide) di professione libraio, che cerca di sviluppare la naturale curiosità di Lali introducendola, in modo elementare, nei meandri della cultura. Carlo, inoffensivo pappone, non apprezza l’intrusione dell’uomo nella vita della ragazza perché intuisce che quella frequentazione avrebbe accentuato in lei la voglia di riscatto. Nasce così uno strano ménage à trois che sembra sovvertire il rapporto originario. In realtà Carlo contratta con Davide il prezzo del presunto riscatto di Lali che farà la commessa nella sua libreria dove venderà i libri e offrirà i suoi “servizi” ai clienti. Nulla di nuovo dunque all’orizzonte.

La componente più riuscita è l’atmosfera della pièce alla quale l’accento vernacolare offre un contributo determinante. E dobbiamo convenire che l’impervia comprensione lessicale non diminuisce la potenza espressiva e la musicalità della parola. Nello squallore di quelle quattro mura c’è racchiuso un microcosmo simbolico di gente semplice che sopravvive di espedienti senza sogni né speranze. Ma non c’è disperazione. Si respira anzi normalità, rassegnazione consapevole non vissuta drammaticamente. Si sente acre l’odore del basso, il sapore abbastanza disgustoso degli hot dog, il rumore di bevande succhiate con la cannuccia, la curiosità culturale che non si eleva oltre le frasi celebri dei bigliettini dei Baci Perugina. Ma non c’è violenza, abiezione, dramma psicologico. Solo la normale frustrazione di una quotidianità che si ripete, la monotonia di una vita in fotocopia. Il successo dell’opera va anche ascritto alla grande naturalezza, al ritmo, al colore e all’acconcia gestualità dei tre ottimi interpreti, Chiara Baffi, Enrico Ianniello, Carmine Paternoster, all’attenta regia di Francesco Saponaro ealle scene molto funzionali di Roberto Crea. I costumi sonodi Roberta Nicodemo, il suono di Draghi Rondanini e ildisegno delle luci di Lucio Sabatini.

 

 

 

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