Due di noi

0
195
Condividi TeatriOnline sui Social Network
Foto di Fabio Lovino
Foto di Fabio Lovino

FANO – Teatro della Fortuna

(lunedì 18 febbraio 2013)

 

I personaggi resi noti dal piccolo schermo hanno un punto di attrazione in più quando si presentano a teatro. Il teatro della Fortuna di Fano era tutto esaurito per la commedia Due di noi di Michael Frayn, con Lunetta Savino ed Emilio Solfrizzi resi noti dalle fictions televisive Nonno libero e Tutti pazzi per amore.

La versatilità di questi due attori è stata alla base di una serie di equivoci e travestimenti previsti dal copione, che richiedevano vivacità d’azione, velocità nei cambi, apertura e chiusura frenetica di porte e finestre, entrate ed uscite lampo, dialoghi fittizzi con personaggi immaginati fuori scena. E sì, perché loro due dovevano raccontare le paradossali situazioni di cinque persone.

La commedia è l’insieme di tre atti unici, ambientati in un interno a due piani, di cui solo il primo è visibile e il secondo è intuibile al termine di una scala laterale.

Nel primo atto, intitolato Black and Silver (nero e argento), il sipario si apre su una camera da letto con pareti verdi e coperta di ciniglia rosa, la stessa camera dove la coppia aveva trascorso la luna di miele, ma, invece di riprendersi dallo stress, non riesce neanche a dormire a causa di un pargoletto insonne relegato nel bagno dentro la sua carrozzina. Su e giù dal letto per tutta la notte, lui in pigiama, stralunato e insofferente, con mimica facciale e gestuale caricata, fa cadere gli oggetti e agita con violenza la carrozzina, lei in camicia da notte e capelli neri, delusa e apatica, sa solo rispondere “” o “Non lo so”; invece di amoreggiare litigano, mentre dall’altra camera d’albergo si sentono i gemiti di due che fanno sesso. La scena è piuttosto monotona e ripetitiva, l’attorialità dei due è nel gesto, nella deambulazione, nell’espressività.

La seconda parte, intitolata Mr Foot (Signor Piede), mostra marito e moglie un po’ invecchiati, lui coi capelli grigi e il giornale, lei coi capelli biondastri, vestito a righe, occhiali rossi, una bottiglia e un bicchiere in mano, seduti in salotto, comunicano un senso di stanchezza e d’incapacità di comunicare, la loquacità di lei, sempre un po’ brilla, si scontra con il silenzio di lui, o meglio con le mosse della faccia di lui e col movimento espressivo del suo piede.  Testo piuttosto noioso. I ruoli sono fortemente caratterizzati dai due bravi attori.

La terza parte, intitolata Chinamen, è un vero e proprio atto di virtuosismo scenico. Si svolge nella sala da pranzo con tavola apparecchiata e i due protagonisti devono trovare mille escamotages per gestire una cena alla quale hanno per errore invitato una coppia di amici da poco separati e il nuovo boyfriend dell’amica separata. E quindi scatta il meccanismo della comicità tra situazioni assurde e incresciose, gags comiche e a volte volgarotte, risatazze forzate di lui, travestimenti, personaggi che entrano ed escono, che si chiudono in bagno o che vengono chiusi in garage, tentativi di evitare incontri imbarazzanti, un vorticoso andirivieni dei cinque personaggi con apertura e chiusura di porte, interpretati, ovviamente, solo da Lunetta Savino ed Emilio Solfrizzi. Due attori per cinque personaggi. La Savino vestita di verde e coi capelli rossi come padrona di casa, si presenta vestita da hippy coi capelli lunghi lisci e occhiali quando impersona Alex, l’amico dell’amica, indossa poi un mini abito in lamè, una parrucca riccia bionda e stivali quando deve entrare come l’amica di Alex, ovvero la moglie separata del loro amico; Solfrizzi è un composto padrone di casa coi capelli castani lisci e appiccicati alla testa, ha una giacca gialla e un mazzolino di fiori in mano per fare l’amico separato, riccioluto e un po’ brillo, ma gli ingressi di questi personaggi sono continui e a intermittenza e si può immaginare la frenesia dei cambiamenti dei due attori dietro le quinte per non interrompere il ritmo della commedia. La loro versatilità e la loro bravura si esprime soprattutto nel vorticoso trasformismo, nell’isterismo di discorsi senza senso e nel crescendo di equivoci di questo dinamico terzo atto, che ci ha divertiti molto, nonostante la difficoltà ad udire tutte le parole del testo, sia perché molte battute venivano pronunciate fuori campo o con la faccia rivolta dietro le quinte, sia perché gli attori non erano microfonati, sia per la mia posizione piuttosto scomoda anche per la visione.

Scene di Antonio Panzuto, costumi di Barbara Bessi, disegno luci di Alessandro Verazzi. Produzione di Roberto Toni per ErreTiTeatro30 Teatro Stabile di Firenze in collaborazione cin LeArt.

LEAVE A REPLY