La serata a Colono di Elsa Morante

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fotoLa serata a Colono” è uno spettacolo che gioca più sul sentimento (inteso come sommatoria di suggestioni, sensibilità poetiche, oniriche, visionarie) che sull’intelligenza, la razionalità. Impossibile e inutile cercare di capire tutta la fitta tessitura di rimandi che il testo di Elsa Morante ci propone. Alle citazioni da Sofocle si affiancano brevi squarci dalla Bibbia, da religioni orientali, da poeti della beat generation. Una spettacolare e a volte oscura contaminazione di miti, tradizioni, culture diverse di genere e di tempo.

Protagonista è un vecchio disteso su un letto di contenzione nell’astanteria di un ospedale psichiatrico. Ha una benda insanguinata sugli occhi, è sofferente e chiaramente delirante. L’uomo nella sua dilagante allucinazione si crede Edipo e la giovane tenera ingenua figlia è creduta Antigone. Contrastano le colte citazioni di Edipo con il puerile semplicismo della figlia che, a fronte della cecità del padre, gli racconta non la triste realtà, ma quella che lui vorrebbe vedere. Il quadro scenico è occupato da una folla di matti che invadono la platea dicendo frasi smozzicate, parole in libertà creando un brusio che si sovrappone spesso alle citazioni allucinate del vecchio. Non è il coro della tradizione tragica, ma l’espressione della mente malata di Edipo accecato dal sole che, nella bella scenografia del regista Mario Martone, è calato dall’alto non come allegoria di una rinascita, ma piuttosto a dominare l’altrui destino.

Sono passati quarantacinque anni dalla pubblicazione della “Serata a Colono” di Elsa Morante, tanti ce ne sono voluti per convincere a Carlo Cecchi e il regista Mario Martone a mettere in scena la difficile opera.

Strepitosa l’interpretazione di Carlo Cecchi che per un’ora e mezza, sempre bendato e coricato sulla barella, si esibisce in un monologo straziante, di impervie difficoltà vocali e difficili posture. Ottima anche la prova delle due attrici, Antonia Truppo nelle vesti della dolcissima figlia/Antigone e Angelica Ippolito dall’eloquio moderno nei panni di una suora /Ismene/Giocasta,

Così come l’interpretazione di Carlo Cecchi è stata eccezionale, anche il regista Mario Martone merita un lunghissimo applauso; è stato bravissimo nel dirigere gli attori, nel dettare il ritmo dell’azione e il respiro drammaturgico dell’opera e nel far girare alla perfezione il difficile meccanismo teatrale. Le belle musiche dal vivo da Nicola Piovani commentano con discrezione le varie fasi della narrazione. Funzionali le luci di Pasquale Mari belli i costumi di Ursula Patzak.

 

 

 

 

 

 

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