The country di Martin Crimp

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La commedia “The country” grazie all’ottima traduzione di Alessandra Serra e alla bella regia di Roberto Andò piace per il suo impianto semplice e schematico malgrado il testo del commediografo inglese, con l’apparente banalità del linguaggio, con la studiata lentezza del dialogo, con le pause scandite su lunghi adagi, non accenda gli animi. Il suo teatro gioca su temi largamente acquisiti e sfruttati da quando Pirandello ne definì i codici: realtà e finzione, vero e verosimile, la maschera e il volto. E’, infatti, una costante del comportamento umano correre sul filo della finzione, dell’inganno e della doppia identità. E’ l’epifania della menzogna che entra nel tessuto della vita coniugale.

Tutte queste tematiche entrano nel gioco dell’atto unico “The country” in scena al Piccolo Teatro Grassi. In realtà si tratta di una sorta di quadretto familiare caratterizzato dai colori grigi e problematici della nevrosi dell’uomo contemporaneo, quando l’iterazione di monosillabi e atteggiamenti criptici è un mezzo per esprimere l’assurdità della vita in un mondo privo di reale comunicazione. In questa critica alla società postmoderna, la morale (se di morale vogliamo parlare) dell’autore è che il gioco amoroso funziona solo se giocato fuori dalla routine del matrimonio come teorizzava il grande Thomas Bernhard. “La cosiddetta convivenza ideale è una menzogna e poiché la cosiddetta convivenza ideale non esiste, nessuno ha il diritto di pretenderla; contrarre un matrimonio, come stringere un’amicizia, vuol dire decidere di sopportare in piena consapevolezza una situazione di doppia disperazione e di doppio esilio, vuol dire passare dall’antinferno della solitudine all’inferno della vita in comune”.Ma questo tema frusto questa volta funziona perché la vicenda è giocata sul registro dell’ironia.

La storia si svolge in una bella casa della campagna inglese dove i due protagonisti della vicenda, Richard e Corinne marito e moglie si sono trasferiti dalla città per colmare un pericoloso deficit di libido, di stimoli vitalistici e per uscire dagli schemi di un’ordinaria ipocrisia. In realtà il trasferimento è il frutto di un gioco di finzioni messo in atto dal marito per avvicinarsi alla giovane amante. Una sera, Richard, si imbatte in una ragazza svenuta sul ciglio della strada: come medico si sente in dovere di caricarla in macchina per portarla a casa, dove ad attenderlo ci sono Corinne e i figli. Ma chi è questa ragazza che scopriremo di nome Rebecca? Perché l’ha portata a casa invece di correre a visitare un uomo che nel corso della notte muore? Si tratta dell’amante? L’incontro di Corinne con Rebecca sarà uno scontro o servirà a sbrogliare la situazione? Gli sviluppi della vicenda enigmatica e affascinante la lasciamo agli spettatori.

Una brava, bella ed elegante Laura Morante, nelle vesti di Corinne, e Gigio Alberti in quelle del marito affrontano i rispettivi impegnativi ruoli con assoluta padronanza scenica. Ottima anche Stefania Ugomari Di Blas che veste i (pochi) panni di Rebecca. Bravo Roberto Andò a dirigere gli attori la cui gestualità corre sul filo dell’ironia e la recitazione è perfetta nei toni, nelle sfumature, nell’espressione e (last but not least) nei silenzi.

Funzionali le scene e la gestione delle luci di Gianni Carluccio, belli i costumi di AgataCannizzaro.

Calorosi e meritati gli applausi da parte di un pubblico numeroso.

E’ una produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Fondazione Brunello Cucinelli

 


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