Il Confessore

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Foto di Alessandro Pone
Foto di Alessandro Pone

testo e regia di Giovanni Meola

Con Aldo Rapè

Costumi – elementi di scena Annalisa Ciaramella

Assistente regia Francesco D’Ambrosio

Progetto grafico Irene Petagna

Produzione Virus Teatrali e Prima Quinta/ Le Pecore Nere s.r.l.

Giovanni Meola ritorna a teatro firmando ancora una volta testo e regia, con il suo filo conduttore ovvero la dicotomia che insiste sui nostri territori, quale mala-vita e la lotta contro questo sistema.

Non a caso, Il Confessore, va in scena proprio in questi giorni in cui ricorrono la Giornata dell’impegno contro le mafie (21 marzo) e le celebrazioni del ventesimo anno dalla morte di Don Giuseppe Diana (19 marzo).

Tuttavia, il protagonista della vicenda, interpretato da Aldo Rapè, è lungi dall’essere il prete-eroe dal calibro di Diana o Puglisi; è, invece, un parroco qualunque, anzi, un confessore che ad un giornalista invisibile, a sua volta “si confessa” narrando la propria vicenda umana.

Il monologo ha come punto di forza l’incontro fra due lingue, quella del regista e quella dell’attore Rapè, il siciliano; il sacerdote si ritrova, dopo diversi anni trascorsi nella sua Sicilia, tra la sua gente e soprattutto con la sua lingua, a vivere in un luogo anonimo della nostra regione e a masticare un altro dialetto, così diverso dal suo, ma con le medesime lacerazioni.

La parola, difatti, già protagonista assoluta del genere del monologo, nel testo di Meola diventa la chiave di lettura non soltanto delle vicissitudini del personaggio, ma dell’intero dramma umano che sovrasta i territori di tutto quanto il Meridione. La Confessione, uno dei Sacramenti della Chiesa Cattolica, è l’unico veicolo per poter esercitare la battaglia personale. Solo attraverso il confessionale, difatti, egli può incontrare l’uomo, vale a dire restituire al mafioso o semplicemente alla gente omertosa, e quindi corresponsabile della violenza, una volto o una dignità finalmente umana.

L’alternanza dei due sistemi dialettali, espressa con destrezza da Aldo Rapè, si trasforma in un iter morale del parrino che riscatta il suo vecchio “silenzio siciliano” col coraggio che ritrova attraverso una lingua che non gli appartiene. Come, del resto, non gli appartiene il linguaggio ecclesiastico il cui abusato uso, estremamente formale nei riti della funzione religiosa, gli fa perdere la sua autenticità; infatti, nel corso del monologo, la citazione delle formule avviene in maniera alienata, sino a risultare automatici intercalari, atti ad esprimere la parabola di una Chiesa assente e indifferente di fronte alla quale al personaggio restano solo tre parole, Amore, Perdono e Carità che non è detto siano motivo di speranza.

La Parola, al contrario del silenzio, diventa il veicolo per poter squarciare il velo di una terra quasi “barbara”, un background non nuovo a Meola, se ricordiamo “Munno e Terzo Munno”, spettacolo più complesso, con una coralità sui generis e perciò meno retorico, o il suo lavoro ultimo cinematografico “Andata al Calvario” (interpretato da Mariangela D’Abbraccio).

Una regia semplice con un allestimento essenziale che lascia immaginare la vicenda in un ampio arco spazio-temporale, con un pallone da calcio, emblema di un’infanzia infranta dall’esigenza di scegliere da che parte stare, ma che rimane unico elemento che ha unito futuri “ribelli” e futuri mafiosi.

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