Chiacchierata con Claudio Boccaccini, autore, regista e interprete dello spettacolo “La foto del carabiniere”

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fotoClaudio Boccaccini è autore, regista e interprete de “La foto del carabiniere”, attualmente in cartellone al Teatro della Cometa di Roma.

Attore ad inizio carriera, poi definitivamente regista, ha diretto molti dei grandi interpreti del nostro teatro, portando in scena autori classici italiani e stranieri.

L’ultraventennale sodalizio artistico con il drammaturgo Giuseppe Manfridi ha prodotto svariate collaborazioni, tra cui la rassegna “Teatro dell’eccesso” , oltre alla condivisione del tifo calcistico romanista.

Fondatore e Direttore artistico della Scuola di teatro “La Stazione” e della Rassegna Teatrale “Tuttinscena”, lo abbiamo incontrato presso la sede del Laboratorio teatrale, all’ombra della Cupola di San Pietro, tra un via vai di allievi dei corsi, durante una pausa delle prove.

Ne “La foto del carabiniere” affronta un importante evento dell’ultima guerra. Vuole ricordarlo?

Nel 1960, all’età di 7 anni, trovo casualmente la foto di un carabiniere nella patente di mio padre, quella rosa a libretto di una volta.

Incuriosito, chiedo informazioni a mia madre e lei mi risponde che quel giovane ha avuto un’importanza estrema nella vita di mio padre e io non sarei nato senza di lui. In seguito mio padre mi svelerà il motivo.

Il nonno paterno Luigi, fattore dell’azienda agricola Torrimpietra nell’agro romano, viveva nel castello della tenuta con la famiglia e uno stuolo di dipendenti.

Il 22 settembre del ’43 a Torre di Palidoro due soldati tedeschi muoiono nell’esplosione di una cassa di munizioni. Le SS rastrellano la zona catturando 22 persone da fucilare per rappresaglia, tra cui mio padre. Salvo D’Acquisto, che sostituiva il comandante della stazione dei carabinieri di Torrimpietra, per salvare gli ostaggi già costretti a scavarsi la fossa vicino alla torre costiera, si accusa dell’attentato.

Questo episodio storico si innesta nella vita di suo padre, scampato così all’eccidio. Perché ha atteso tanto tempo per portarlo in scena?

Finché è vissuto mio padre, scomparso 30 anni fa, non ho mai immaginato di poter avere l’autorevolezza e gli strumenti per farlo.

Nel 2003, a 60 anni dalla morte di Salvo D’Acquisto, mia madre riceve l’invito a partecipare alla commemorazione sulla spiaggia di Palidoro e lì avviene l’incontro con il fratello che all’epoca dei fatti era un ragazzino. In quell’occasione sento la voglia di raccontare quell’esperienza, ma il desiderio non prende forma.

Dopo qualche tempo, un autore mi propone di mettere in scena una sua commedia su Salvo D’Acquisto, una storia romanzata ambientata a Torrimpietra. Gli chiedo se vuole me come regista perché figlio di Tarquinio Boccaccini, uno degli scampati all’eccidio, e mi risponde di non essere a conoscenza di ciò, ma apprezza la mia professionalità.

Io però sono sempre più convinto di voler realizzare la storia raccontatami da mio padre. Ne parlo con mia madre poco prima della sua morte, ma, a causa della mia vita frenetica, l’idea rimane nel cassetto.

Quando realmente inizia a mettere mano al progetto?

Nel 2009 mi accingevo a scrivere l’adattamento della “Visita della vecchia signora” di Dürrenmatt. Davanti al computer ho avuto un’agnizione e ho scritto come titolo “La foto del carabiniere” e poi la prima frase “I gesti contano più delle parole”. Il giorno dopo decido di raccontare di quando ho scoperto la foto nel 1960, iniziando a descrivere l’ambiente in cui vivevo, col linguaggio e l’espressività di un bambino, cosa che mi stupiva molto.

La descrizione del contesto e della società degli anni ’60 viene resa in modo molto plastico, e non ci si accorge della durata.

Ho scritto molto, poi ho iniziato a dargli la forma di narrazione, cioè un testo di teatro di narrazione senza lo schermo del personaggio, descrivendo la vita che si svolgeva intorno a me. Ma non ero ancora convinto, finché l’ho fatto sentire a un amico fraterno con cui mi confronto sempre e a pochissime altre persone, montato con le musiche e la colonna sonora. Loro mi hanno molto incitato a portarlo a teatro, ma sono passati altri due anni.

Era più la voglia di esprimere riconoscenza a Salvo D’Acquisto o di rendere testimonianza di un episodio eroico?

Io sono regista quindi parto dall’idea della messa in scena, il resto è un effetto collaterale Volevo raccontare un episodio raccontatomi da mio padre. Dietro il gesto artistico non c’è un intento educativo o morale.

La rappresentazione non è agiografica o celebrativa. La scoperta dell’esistenza di questo personaggio storico è calata in un contesto di dinamiche familiari in cui inavvertitamente entra l’eroe.

La nipote di Salvo D’Acquisto, cresciuta nel mito di questo zio, si è molto commossa, era la prima volta che sentiva parlare dello zio in termini così normali e quotidiani.

Questo lavoro è dedicato a suo padre. Cosa ricorda soprattutto di lui?

L’autorevolezza dell’educatore, che i genitori di oggi spesso non hanno. L’episodio della Prinz è emblematico in questo senso. L’incidente provocato dal motorino sotto la pioggia torrenziale che ha danneggiato la nostra macchina nuova avrebbe potuto scatenare la dura reazione di mio padre. Ma, resosi conto che il ragazzo era un povero disgraziato che aveva bisogno di lui, lo aiuta, rinunciando a esprimere la sua collera. Quell’episodio per me è stato estremamente educativo: “i gesti contano più delle parole”.

Ha presentato questo lavoro anche nelle scuole. I giovani di oggi, attratti dalla visibilità, sono sensibili al tema dell’eroismo?

I ragazzi restano avvinti, si commuovono, hanno un’adesione emotiva.

Pensa che un giorno questo testo possa essere portato in scena da altri?

Nell’intreccio che ho creato racconto ciò che un altro mi ha raccontato e voglio che questo sia patrimonio di tutti. Ma nessuno può farlo come me, perché è un racconto personale e un attore non sarà mai Claudio Boccaccini figlio di Tarquinio.

La foto del carabiniere è in scena al Teatro della Cometa di Roma fino al 15 febbraio

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