“La serra” di Harold Pinter, traduzione di Alessandro Serra e regia di Marco Plini

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Foto di Lorenzo Porazzini
Foto di Lorenzo Porazzini

Il premio Nobel per la letteratura Harold Pinter scrisse “La serra” nel 1958, la mise da parte perché non ne era soddisfatto per poi riprenderla nel 1979, decidendo che era il caso di metterla in scena, dopo opportune modifiche. “La serra” fu rappresentata per la prima volta il 24 Aprile del 1980 all’Hampstead Theatre con la regia dello stesso Pinter.

La commedia ovviamente è rimasta sempre la stessa. Forse è cambiata la mia percezione della commedia.” (Harold Pinter)

L’opera è strutturata in due atti, ciascuno suddiviso in scene individuabili attraverso lo spostamento del luogo dell’azione e della luce che modella il palcoscenico in tal senso. Una sorta di montaggio parallelo o continuo suddivide le scene. Pinter con questa struttura dimostra la sua forte vena cinematografica.

La vicenda si svolge durante la giornata di Natale. Sulla scena troneggia rialzato un cubo di vetrate trasparenti, l’ufficio del direttore dell’istituto, il Signor Roote, da cui controlla la scrivania del suo solerte assistente Gibbs, posta più in basso. Un divano grigio e dimesso poco più in là. Una bicicletta che non può andare da nessuna parte. Tapparelle che si alzano ed abbassano, intervallando le scene e i dialoghi.

Roote:“Dimmi..”. Gibbs:“Sissignore..”. Roote:“Come va con il 6457?” Gibbs:“6457? È morto.” Roote:“Morto?”.

Da queste poche e deliranti battute tra il grottesco e anziano direttore Roote e l’ossequioso burocrate Gibbs, si snoda e allo stesso tempo si nasconde tutta la storia, che oscilla farsescamente tra il detto e il non detto, tra violenza dissimulata e comicità apocalittica. La vicenda è anche lo specchio anomalo di personaggi in crisi, che tentano di costruire sulla propria insuperabile fragilità un’immagine di se stessi stabile, agendo in una realtà metodicamente controllata dal sistema dell’istituto, ma allo stesso tempo destabilizzata da fiumi carsici di odio e assurdità. Questa apparenza è la vanità del controllo e il deterioramento del potere stesso. Verità e menzogna girano a vuoto come la ruota della bicicletta.

Gibbs:“Questo non è un sette, signore, ma un nove.” Roote:“Nove?” Gibbs:“Nove, signore. Il numero è 645…9.” Roote:“Bene, bene… Nove quindi. Beh sì, non è che sia proprio un nove molto chiaro, non trovi?” Gibbs:“E’ infatti il paziente 6459 con cui ha avuto il colloquio, signore.”

La morte del paziente 6457 scuote altrettanto quanto la nascita del bambino del paziente 6459. Vita e morte si confondono in un miscuglio indecifrabile. “Le neve è diventata poltiglia” ripete ossessivamente uno dei personaggi, l’irriverente Lush, per provocare il direttore mostrandogli metaforicamente la corruzione di quel luogo, gli scheletri nascosti che ancora pulsano rivelatori. Anzi non-luogo, già che l’istituto stesso nelle parole dei suoi abitatori non ha mai una connotazione netta, ospedale, casa di riposo, manicomio, prigione. È la stessa essenza del potere, che si esaurisce in uno sterile esercizio per la sua insensata continuità, che lo costringe a mutare forma, a travisare i termini per occultarsi.

Pinter, in questo testo, aggira la condizione esistenziale dei personaggi per costruire una limpida metafora del potere mostrato nella sua essenza. Un potere che non serve a niente, non costruisce niente, lo si esercita e basta, e così diventa un modo per narrare la propria esistenza e osserbarla con compiacimento. Il potere diventa identità.” (Marco Plini)

Pinter applica trasversalmente a tutti i personaggi una figura tradizionale del repertorio ebraico-yiddish, l’inetto di professione, lo Schlemiel, però in questo caso diversificandolo su varie tipologie di personaggi: non è semplicemente l’oppresso, ma è un potente dominato tragicomicamente dal suo stesso sistema o micro-sistema di responsabilità e potere. Così è per il direttore Roote, disorientato dalla paura per le sue azioni passate che cerca invano di riscriverle attraverso un’identità solida e inattaccabile, come anche per Gibbs, trincerato dietro l’immagine meccanica e affidabile del burocrate ed invece consumato dalle bramosie più feroci, Miss Cutts, così intenta a costruirsi una corazza con la sua femminilità in decadimento, Lamb in cui nel nome stesso c’è la sorte inevitabile di essere vittima, la cui idiozia è non comprenderlo e aspirare con ingenuità ad un altro destino, che l’ordine delle cose, il sistema stesso non permette.

Ai pazienti deve essere assegnato un numero e devono essere chiamati con quel numero. Così è e cosi deve rimanere.” (Roote)

Il teatro di Pinter, reso magistralmente in questa versione, rappresenta in modo caustico e surreale la condizione umana e, in definitiva, la sua impossibilità di riscattarsi da se stessa e anche dai meccanismi di potere a cui essa si affida, proprio perché ha smarrito, senza nessuna possibilità di riconquista, la sua natura identitaria, lacerata e grottesca come il linguaggio della commedia, ridicola e tremenda come la tragica risata, a cui assiste attonito lo spettatore nella chiusura.

Marco Plini debutta come regista nel 2002 con lo spettacolo Risveglio di primavera di F. Wedekind, cui seguono Purificati di Sarah Kane per la Biennale di Venezia 2004, Il lutto si addice ad Elettra di O’Neill realizzato con il III anno della scuola Paolo Grassi e rappresentato al Festival del teatro Romano di Trieste; segue Turisti e Soldatini di Soynka per il “Progetto Mandela” nell’ambito di Intercity, e Benvenuti in California di Francesca Angeli, prodotto dal Centro Teatrale Bresciano in collaborazione col Festival ES-TERNI. Nel 2011 ha diretto Freddo di Lars Norén prodotto da ERT e nel 2013 sempre per ERT Ifigenia in Aulide, esito del percorso di qualificazione nell’ambito del Cantiere delle Arti.

Dal 2005 alterna l’attività di regista con quella di insegnante per la Scuola Civica Paolo Grassi e per i Corsi di Alta Formazione Teatrale di Emilia Romagna Teatro.

Roote: Mauro Malinverno, Gibbs: Luca Mammoli, Miss Cutts: Valentina Banci, Lamb: Giusto Cucchiarini, Lush: Fabio Mascagni, Tubb: Francesco Borchi, Lobb: Elisa Cecilia Langone,

scene e costumi Claudia Calvaresi, musiche Franco Visioli, luci Fabio Bozzetta, assistente alla regia Thea Dellavalle, direttore tecnico Robert John Resteghini, direttore di scena Lorenzo Martinelli, capo macchinista Massimo Abbondanza, capo elettricista Fabio Bozzetta, sarta Giulia Pacci, amministratrice Daniela Cappellini, scene costruite nel Laboratorio di Emilia Romagna Teatro di Gioacchino Gramolini. Costruzioni metacrilato: Neon Moderna s.r.l. Parrucca Audello – Torino.

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