L’ingegner Gadda va alla guerra

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Foto di Marco Caselli Nirmal

Carlo Emilio Gadda è una personalità artistica del tutto scorbutica, difficile da addomesticare, da ricondurre a ragione. Sarà forse per il conclamato plurilinguismo del Pasticciaccio, o probabilmente per la difficoltà stessa di alcune sue opere, per quella nevrosi che la segna, per la claustrofobia che le abita. Per interpretarlo, allora, non bastano voce e dizione. Serve un corpo che si muova, che si muova tutto, finanche nervosamente se non in modo compulsivo, fino a far tremare le ultime fila del teatro. Perché il testo è ostico, impervio, le difficoltà sono dietro l’angolo, eccone una, eccone un’altra, da un dialetto ad un altro, da un giorno ad un altro. Fabrizio Gifuni propone un monologo diviso in due parti: nella prima punta la luce sui Diari di guerra e prigionia, sui nevrotici racconti che Gadda fece di guerra e compagni d’arme. Nella seconda, invece, si concentra sul ventennio fascista e sulla sua psicopatologia. Una sedia, una luce che si sposta senza requie, e la voce di Gifuni a calcare il racconto di quei compagni, dei vivi e dei morti, della promozione del fratello Enrico, che scopre deceduto non appena di ritorno a casa, nel 1919. È, questa prima, una parte piacevole, il plurilinguismo non è troppo accentuato ma, anzi, il filo rosso dell’opera è ben chiaro. È il caso della rabbia nei confronti del Re e dei maggiori, che non possono comprendere le condizioni in cui versano i soldati, costretti ad un pessimo vestiario, a stivali nati già malconci, a una vita che nelle trincee si consuma troppo in fretta. Certo è che Gifuni non nasconde l’iniziale innamoramento di Gadda per la guerra, la speranza che viene, però, subito disattesa: gli scherzi dei compagni infastidiscono il nostro eroe, così delicato di nervi. E, poi, la passione per la guerra: la stessa fascinazione che Gadda ebbe a subire dalla rivolta fascista, subito rinnegata, e quindi sbeffeggiata, umiliata. Senza dimenticare, infine, l’invidia per il fratello Enrico, destinato ad una promozione che scuote l’animo di Gadda, che anela ad un identico destino, senza successo.

La seconda parte, invece, è una summa della rabbia gaddiana, estratta da quel testo indimenticabile che è Eros e Priapo, nel quale l’autore si concentra sulla psicopatologia del fascismo, sul suo innegabile fallocentrismo, il mito dell’uomo vero. Gifuni pone l’accento sul poco valore nel quale erano tenute le donne, costrette a fare figli soltanto per dare al Duce altra carne da macello, altri uomini da spedire al fronte. È, questa, la parte più complessa, più sfuggente, nel quale il plurilinguismo gaddiano si esalta, aumenta il ritmo, il voltaggio, ma non permette – a parer mio – una piena comprensione dello spettacolo, come dimostra lo spaesamento sui volti dei più giovani. Ad ogni buon conto, questa parte del monologo resta assai coinvolgente, perché, senza freno alcuno, Gadda abbatte il fascismo – e, dunque, il Paese – a colpi d’ascia, come ha scritto lo stesso Gifuni. Resta forte la critica all’Italia, ai suoi politici peggiori ed ai suoi politicanti, che con tre centimetri di tacco provano ad addormentare la loro vanità.

Un lavoro, nel complesso, più che riuscito, ma che pura solleva qualche interrogativo circa la scelta di portare a teatro un testo così difficile che una recitazione tanto coinvolta – e coinvolgente, sia detto – rende, addirittura, più difficile da comprendere.

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