“La Madre” di Bertold Brecht, regia di Carlo Cerciello

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fotoUn viaggio storico e sociologico nella Russia d’ inizio ‘900, “La Madre” di Brecht estende gli spazi temporali dell’omonimo romanzo di Gorkij da cui è tratto, scritto nel 1907, per dare un quadro completo dei passaggi del cambiamento di un popolo abituato ad esser contadino, ora alle prese con uno sviluppo industriale ma politicamente arretrato, ancorato ad una mentalità quasi feudataria, profondamente legata all’economia agricola. Assistiamo così ad un cambiamento di realtà che porta con sé le prime prese di coscienza di un popolo che, costretto dalle necessità della vita pratica, si trova a lottare prima per un copeco, per il pane, poi per la libertà ed il diritto all’istruzione; si diffondono ideali così sentiti da non soccombere neanche alla “domenica di sangue”, ma che vacilleranno talvolta di fronte ad una guerra che fa crollare ogni certezza: si respira allora quel clima di tensione, di rabbia e di sconforto, di confusione sul modo in cui poter perpetrare questi ideali. È un piccolo dettaglio cruciale per la lettura di questo dramma l’attenzione posta sulla volontà di imparare da parte del popolo, che riconosce l’importanza della cultura, fattore che nobilita ulteriormente la sua posizione. Il punto di vista incentrato sulla figura della madre, che parte dalle vicende più piccole della vita (“Come faccio a dare questa minestra a mio figlio?”) per giungere poi a narrare gli avvenimenti della grande Storia di cui entra a far parte, rivela, sotto la patina del tema storico-politico, un’attenzione ancor più profonda di tipo antropologico, psicosociale, come contenuto di un dramma che potrebbe apparire di semplice ispirazione politica. In effetti la scelta della lotta politica nel personaggio della madre (e, più velatamente, nella figura del maestro) non nasce da un ordine morale o da una prefigurata credenza in un ideale, ma da un naturale istinto umano di protezione e poi di giustizia. Così alla madre vengono esposte dagli amici del figlio le teorie marxiste, e l’ingenuità, l’anelito di giustizia con cui si avvicina ad esse, fino a farne il suo ideale, sono l’identica, pura fonte da cui inizialmente provengono le sue preoccupazioni per i rischi che la lotta politica può arrecare al figlio, e dalla quale successivamente trae la forza per affrontare la morte di quest’ultimo, immolata alla causa.

L’impianto registico, che lascia completamente immergere nell’atmosfera del dramma in tutte le sue ambientazioni è particolarmente espressivo nell’inscenare pose statiche, spesso accompagnate in modo molto suggestivo da canti corali, che rimangono impresse allo spettatore, come creando un colpo d’occhio su ogni snodo della trama. Così, la prima scena, l’interno semibuio di una casa, mi ha istintivamente rimandato ai “Mangiatori di Patate” di Van Gogh, mentre alcune pose coreografiche della rappresentazione delle proteste del Primo Maggio, con Pelagia Vlassova al centro della scena con la bandiera innalzata possono ricordare “La libertà che guida il popolo” di Delacroix, anche se la libertà di Pelagia è una libertà più grande, la cui bandiera non vuole colori di patria.

Il trucco ed il costume sono eseguiti alla perfezione e con particolari molto realistici aiutano la regia, di Carlo Cerciello, a far immedesimare il pubblico.

La magistrale interpretazione di Imma Villa, capace di un’espressività impressionante e travolgente, è stata accompagnata da un’ottima performance di giovani attori: Antonio Agerola, Cinzia Cordella, Roberta Di Palma, Marco Di Prima, Annalisa Direttore, Valeria Frallicciardi, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli, Aniello Mallardo, Giulia Muscaccio, Antonio Piccolo. Essi hanno peraltro dato mostra di eccellenti abilità canore.

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