“Incendi” di Wajdi Mouawad. Produzione Teatro di Sardegna

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fotoDifficile trovare parole adeguate per descrivere un’emozione. Un’emozione collettiva di una platea di spettatori commossi e affascinati e stregati da una storia e da una drammaturgia che non gli consentiva nemmeno una elementare distrazione. Applausi interminabili ai bravissimi attori e a un testo incredibilmente intenso. Possiamo definire lo spettacolo di Wajdi Mouawad (che ha il pathos della tragedia greca e la tensione di un thriller) una forma di teatro politico il cui ritmo emotivo obbliga lo spettatore a partecipare, a farsi attore perché è una storia complessa di amore, di odio, di guerre, di atrocità che riguarda tutti noi. È la storia di Nawal una donna coraggiosa la cui vita disperata passata attraverso gli orrori, gli strazi, le devastazioni materiali e morali delle guerre, in un paese mediorientale, decide di ribellarsi alla condizione di subalternità femminile (anche nei riguardi della famiglia) attraverso la conoscenza, il saper leggere e scrivere, l’educazione. “Incendi” narra una vicenda, dove lo spazio e il tempo si sovrappongono in una sorta di flash back continuo e racconta il percorso di Nawal dalla ricerca del figlio scomparso, alla crudeltà della prigione, dal dolore, all’umiliazione dello stupro, alla protesta con l’inspiegabile cinque anni di silenzio, alla morte.

La pièce inizia con il notaio Jean Lebel che legge ai due gemelli Jeanne e Simon le ultime volontà della madre Nawal Marwan; la donna chiede ai suoi figli di consegnare due lettere, una per il padre che essi non hanno mai conosciuto e che ritenevano morto in guerra; l’altra per il fratello di cui ignoravano l’esistenza. Dapprima solo Jeanne accetta questo compito e si mette sulle tracce del passato della madre e scopre che ancora giovane Nawal ha avuto un figlio che le viene sottratto dalla famiglia che la caccia di casa per indegnità. Dopo qualche anno Nawal torna al paese in cerca del figlio a cui non ha mai smesso di pensare, ma trova solo morte e brutalità. E lei stessa viene coinvolta nella spirale di odio e violenza tanto che viene rinchiusa in prigione dove subisce torture e stupri ed è conosciuta come “la donna che canta”. Jeanne e Simon scoprono che, in seguito alle violenze subite, la madre ha partorito due gemelli. Nella ricerca del padre e del fratello che era stato affidato a un orfanotrofio scoprono la tremenda verità: il fratello, in quel clima di guerra sanguinaria era diventato lo spietato torturatore in quella prigione dove stupra la detenuta (ignorando che gli è madre) e da quella violenza nascono loro, i due gemelli. È il complesso di Edipo che colpisce ancora. La scoperta è drammatica, padre e fratello sono la stessa persona. (Un Edipo re al femminile). Alla fine i due giovani consegnano le lettere al padre/fratello che le legge senza l’ombra di pentimento. Il dramma termina con l’intenso e commovente monologo della madre la quale chiede una sola cosa: la dignità.

In questo spettacolo tutti gli attori (Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Agnese Fois, Giorgia Senesi,Corrado Giannetti, Paolo Meloni, Isella Orchis, Marta Proietti Orzella, Cesare Saliu, Marco Spiga, Maria Grazia Sughi, Luigi Tontoranelli, Leonardo Tomasi) interpretano i rispettivi ruoli con intensa partecipazione. Belle e funzionali le scene di Fausto Dappiè, i costumi di Stefania Grilli, il disegno luci di Loïc François Hamelin e le musiche di Alessandro Olla.

Se il meccanismo drammaturgico ha girato alla perfezione il merito va riconosciuto al regista Guido De Monticelli.

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