Ti regalo la mia morte, Veronika

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fototraduzione e adattamento Federico Bellini ed Antonio Latella

tratto dal film “Veronika Voss” di Rainer Werner Fassbinder

regia Antonio Latella

con Monica Piseddu, Valentina Acca, Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Caterina Carpio, Sebastiano Di Bella, Nicole Kehrberger, Candida Nieri, Fabio Pasquini, Annibale Pavone, Maurizio Rippa

scene Giuseppe Stellato

costumi Graziella Pepe

musiche Franco Visioli

luci Simone de Angelis

ombre Altretracce

assistente alla regia Brunella Giolivo

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione nell’ambito del Progetto Prospero

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Cinema, teatro e vita si fondono nella parabola fassbinderiana di Antonio Latella in Ti regalo la mia morte, Veronika, ispirato al film di Rainer Werner Fassbinder, Veronika Voss.

Come in ogni spettacolo del regista campano, centrale è il processo di decostruzione interna dell’opera o della drammaturgia, complesso e articolato e che fluisce entro un’organizzazione di elementi in assito ed una scenografia puliti e geometrici.

Una fila di sedie di un vecchio cinematografo divide in maniera equa e trasversale la scena; dinanzi corrono i binari del tram e rimandano alle prime scene del film. Nella prima Veronika, ex diva della Germania nazista, siede davanti ad uno schermo sul quale si sta proiettando un suo film ma che in realtà rispecchia la sua vita, mentre indietro compare fugacemente il regista; qui risiede l’origine della riflessione latelliana su tutta la cinematografia dell’artista tedesco che si traduce nella necessità di costruirne un unico corpus che colleghi personaggi ed assonanze. Si tratta di trasporre sulla scena teatrale una cronologia poetica ed interiore che deserti l’idea del tempo esteriore e canonico per approdare ad una visione al contempo frammentaria ed unitaria del rapporto fra regia (ordine, rappresentanza univoca di sé) ed esistenza umana (fragile, effimera, patologica). Entro tale dualismo, la drammaturgia di Latella e Federico Bellini aprono a multipli ed ulteriori micro-processi decostruttivi; Veronika Voss non è costretta solo a vedere la proiezione della sua vita, subendone al contempo attrazione e supplizio come autentica vittima del divismo, ma diviene frutto di suggestioni che rimandano ad altri personaggi e corrispondenze, da Blanche Du Bois di Tennessee Williams, e la sua storica interprete Vivien Leigh alla diva Sybille Schmitz, attrice tedesca alla quale Fassbinder si è ispirato per il suo film. Veronika Voss, insomma, è un mosaico costituito da altre protagoniste e pellicole, donne predisposte ad accogliere la propria fragilità e il patologico bisogno d’amore come parte del proprio ciclo biologico e che sono un’unica e sola identità, l’identità del suo stesso ideatore del quale, nel corso dello spettacolo, tre ombristi (alTREtracce) ne compongono progressivamente il volto.

Il regista è il perno centrale dell’allestimento latelliano; è colui che scandisce la punteggiatura della propria sceneggiatura che sulla scena diviene partitura musicale affidata ad un coro di scimmie (poi personaggi della storia). L’idea del coro che dialoga con la protagonista (Monica Piseddu) riprende il rapporto che intercorreva con l’eroe della tragedia greca, e come voci della coscienza si affastellano con una significativa amplificazione sonora intorno alla Voss . Vita e cinema le si figurano legati in maniera indissolubile, mentre il cronista radiofonico Robert Krohn (Annibale Pavone) recita la sua parte seduto in platea, fuori dalla scena. La quarta parete è dunque il confine fra realtà e finzione, mondi destinati a congiungersi attraverso il legame di Krohn e Veronika. Una lenta convergenza porta il cronista di gare di cavalli a salire in assito, attraversando la stessa parete, metafora di una cinepresa nella quale l’ex diva ha intrappolato la sua esistenza. Proprio Krohn dice nel film “Si entra e si esce ma prima dobbiamo arrivare alla fine” , battuta che richiama la necessaria progressione della fabula, responsabilità primaria della direzione registica. Uomo “bifrontale” fra realtà e finzione, il regista diviene traghettatore dei singoli personaggi (la moglie di Krohn, la dottoressa Katz, la sua infermiera, l’ebreo di Treblinka) entro la sequenza di scene che è un ordine che spetta al cinema e non alla vita. Un elemento non trascurabile è il riferimento al colore bianco e nero del film girato nel 1982 – si allude più volte difatti al cappotto rosso di Veronika, in contrasto con il colore della pellicola originale – che è parte della riflessione rispetto alla classicità del suo cinema, non dunque alternativo, ma che ingloba influenze checoviane e della tradizione tragica greca.

Partendo da questa visione, la volontà di Latella appare quella di estendere – dopo lo spettacolo ispirato a “Le lacrime amare di Petra Von Kant”, altro film dello stesso regista tedesco – una riflessione onnicomprensiva del cinema fassbinderiano. La trasposizione da pellicola a palcoscenico si rivela una modalità per porre al centro la figura del regista; “Cambiano i ruoli ma la voce è sempre la stessa. E la voce sarà sempre del regista” si dice nel testo. L’obiettivo, infatti, non solo è quello di comporre un’immagine più completa di Fassbinder, indagando la sua poetica e il relativo rapporto con le sue protagoniste, ma di fare un’operazione nella quale lo stesso Latella, in quanto regista e drammaturgo, affronta i linguaggi che innestano realtà e finzione. Una riflessione artistica tout court scandagliata col suo tipico modus operandi che fa di Veronika Voss, morfinomane fassbinderiana, una stratificazione di fotogrammi di icone femminili oscillanti fra divismo, solitudine e malattia. Storie sul “viale del tramonto” a ridosso della collina di Hollywood e che però conducono ben oltre, come la metafora del tram Cimitero, mutuata da Tennessee Williams, suggerisce. La narrazione della morte – quella di Veronika – restituisce la completezza di un’opera ed è profondamente connessa con la fine di Fassbinder. L’ultimo quadro vede le sue protagoniste contemplarne la tomba. Un grande albero è calato al centro della scena e sontuosi abiti vestono i personaggi dei suoi film; l’impressione cechoviana che ne deriva crea un senso di oggettiva armonia, l’armonia che probabilmente è determinata dall’esistenza di una logica narrativa ed estetica dell’arte contro l’inconcludenza frammentaria dell’esistenza reale.

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