“Due donne che ballano” di Josep Maria Benet I Jornet

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Foto di Marina Alessi
Foto di Marina Alessi

Traduzione di Pino Tierno

Produzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

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È difficile commentare a caldo la storia della commedia “Due donne che ballano”. Difficile perché si è sopraffatti dall’emozione che si libera in commozione. Allora si cerca di nascondere per pudore il groppo alla gola e la vista annebbiata fingendo di leggere un foglietto che si tiene fra le mani (capovolto). Tanto è una questione di un minuto.

Due donne che ballano” è scritto da Josep Maria Benet I Jornet nato nel 1940, uno dei massimi esponenti del teatro catalano. È l’epifania della solitudine. A volte però l’incontro di due solitudini, attraverso il filtro dello scontro e dell’incontro, si dissolve in comunione come vedremo in questa storia. Sulla scena ci sono due donne una signora anziana e una giovane insegnate che lavora qualche ora come domestica/badante. La signora, rimasta vedova vive da anni sola in un fatiscente appartamento, una specie di amato rifugio che la protegge e l’accoglie fin da quand’era bambina. Ha un carattere insopportabile, è testarda, scorbutica, volitiva, autoritaria. Ha un figlio che la sente solo al telefono e una figlia che le paga la fantesca (ora collaboratrice familiare) due volte la settimana per togliersi di torno il pensiero di doverla accudire. La giovane è a sua volta scontrosa, indisponente, nevrotica, chiusa nel suo guscio caratteriale. Non riesce a elaborare il lutto della morte del figlioletto di sei anni ucciso accidentalmente dal padre (che finisce in prigione). La vita matrigna delle due le ha portate a rinchiudersi nel loro riccio pieno di aculei sempre pronti a ferire quando qualcuno cerca di aprirle. Dapprima si scontrano, si odiano e, fra timide aperture e dolorose chiusure, alla fine si incontrano, si ritrovano e, nella loro disperazione, si sostengono a vicenda senza mai smarrire la propria identità. È la sofferta liberazione dei sentimenti e la scoperta che sono due le cose che le tengono legate alla vita, la vecchia signora ad una collezione di giornalini alla quale, per completarla, manca solo il numero 399, alla giovane badante l’assoluta incapacità di accettare la morte del figlio che le preclude, malgrado vari tentativi abortiti, di rifarsi una vita. Colpo di scena la giovane riesce a procurarsi il numero 399 e lo regala felice alla vecchia non sapendo che alla momentanea felicità le avrebbe tolto l’ultima ragione di vivere. Poi tutto precipite quando viene a saper che i figli vogliono mandarla all’ospizio. A questo punto, per entrambe, non resta nemmeno un barlume di interesse per questa vita. L’abbandono della casa avita e la mancanza degli amati giornalini da parte della signora e l’accettazione della morte del figlio da parte della giovane aprono le porte all’unica via d’uscita, il suicidio la cui drammaticità viene stemperata con le due donne che ballano abbracciate in un simulacro di allegria.

Bellissimo il testo di Josep Maria Benet I Jornet, testo ironico e poetico fortemente evocativo di quella parte di umanità che soffre il malessere del vivere, la solitudine, il frustrante inseguimento della felicità, l’egoismo che non è solo dei figli, l’applauso liberatorio alla morte.

Difficile trovare aggettivi che rendano giustizia alla magistrale interpretazione di due mostri di bravura: Maria Paiato e Arianna Scommegna. La regia di Veronica Cruciani è rigorosa sia dal lato interpretativo (ritmo, toni, gestualità), sia da quello scenico molto ben realizzato da Barbara Bessi. Le musiche sempre funzionali sono arrangiate da Paolo Coletta e, last but not least, rilevante nell’economia della realizzazione il disegno luci di Gianni Staropoli.

Lunghi applausi intensi, commossi, meritatissimi.

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