La gatta sul tetto che scotta

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Foto di Fabio Lovino
Foto di Fabio Lovino

di Tennessee Williams

Traduzione: Gerardo Guerrieri

 

Personaggi e interpreti:

Margaret: Vittoria Puccini

Brick: Vinicio Marchioni

Mae: Carlotta Mangione

Gooper: Francesco Petruzzelli

Mamma: Franca Penone

Papà: Paolo Musio

Rev. Tooker; dott. Baugh: Salvatore Caruso

 

Regia: Arturo Cirillo

Scene: Dario Gessati

Costumi: Gianluca Falaschi

Luci: Pasquale Mari

Musiche: Francesco De Melis

 

Produzione: Compagnia Gli Ipocriti, Fondazione Teatro La Pergola

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La gatta sul tetto che scotta è l’apoteosi dell’ipocrisia. L’ambiente ideale affinché essa si sviluppi e faccia le sue vittime? La famiglia, ovviamente. Una grande casa borghese ove regna, ancora per poco, il patriarcato. Dove una madre soffre il silenzio del figlio Brick, che affoga nel whisky il dolore per la morte dell’amico, se non addirittura compagno, Skipper. Dove un padre vuole sapere la verità a tutti i costi. Dove Maggie, la moglie di Brick, fa fronte costantemente al matrimonio non consumato, all’impossibile concepimento di un figlio, all’odio della cognata. A veicolarne le emozioni e le intenzioni, il linguaggio schietto di Williams.

La gatta di Cirillo punta non solo alla coerenza tra testo e scena, ma anche con la cultura figurativa americana degli anni Cinquanta. Farò un nome solo. Edward Hopper, il poeta del silenzio, adatto a un dramma in cui il non detto è protagonista. Sembra, infatti, che la scena fissa, la camera matrimoniale, si ispiri esplicitamente al suo Western Motel (1957), olio conservato alla Yale University Art Gallery. Da esso Dario Gessati riprende le pareti verdi, il letto e la poltrona rossi, la tenda gialla. Nessuna finestra ma solo una parete, che sporadicamente ai apre a svelare una foresta abitata da falchi. Coerenti con l’epoca i costumi disegnati da Gianluca Falaschi. Inutile dire quanto le luci di Pasquale Mari illuminino magistralmente il tutto, risaltando in più momenti le carni nude di Puccini e Marchioni.

Arturo Cirillo lavora sui personaggi cercando di innovare la fondamentale versione cinematografica di Richard Brooks (1958), dove i compianti Taylor e Newman seducono ad ogni stacco di presa. Vinicio Marchioni risolve assai propriamente la parte di Brick, assorto nella costante elaborazione della verità che procede per sottrazione fino allo scoppio finale. Intenso Paolo Musio, padre determinato e autoritario, brave Franca Penone, madre dall’inconsueto accento emiliano, e Carlotta Mangione, Mae compendio di perpetua stizza e falsità. Marginale il Gooper di Francesco Petruzzelli, come il reverendo e il medico di Salvatore Caruso. Un trend ormai consolidato negli anni è affidare ruoli principali a celebrità della televisione e del cinema, convinte queste che fare prosa sia equivalente a stare davanti alla cinepresa. Niente di più sbagliato. TV e teatro parlano linguaggi e tecniche agli antipodi. Il palco è da sempre creatura impietosa, perché fa percepire subito se l’attore possiede o meno solida preparazione drammatica. Se non ce l’ha, si prenda le responsabilità delle critiche. È il caso di Vittoria Puccini che fa il passo più lungo della gamba. La recitazione è monocorde, priva di immedesimazione sincera, senza sfumature utili a conferire un minimo di spessore alla psicologia di Maggie, che non è animata solo da ammiccamenti sessuali, per inciso mal riusciti, ma da rancore, perfidia, insolenza. Qualità, a mio modesto parere, non pervenute.

Applausi moderati alla prima, con particolare riconoscimenti a Marchioni, Musio e Penone.

 

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