“Harper Regan”, introspezione e verità

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fotoSentirsi stretti nella propria vita, cercare rifugio nell’amore, nascondersi dietro bugie, perdonare, lasciarsi andare alle paure e al cambiamento nella speranza di essere davvero liberi.

È un testo denso di emozioni quello in scena all’Elfo Puccini di Milano, fino al 6 marzo. “Harper Regan” il titolo, e il nome della protagonista: una donna di mezz’età che, in un viaggio di due giorni, scoprirà se stessa e difficili verità. Quarantott’ore fatte di incontri, ripensamenti, dubbi, fragilità. Un viaggio doppio: concreto e interiore. Ribellandosi quasi per caso alla routine delle sue giornate, Harper sceglie di non obbedire più ai sensi di colpa, alle paure e ai doveri. Il primo atto verso questa nuova scoperta di sé è la decisione di non ascoltare le minacce di licenziamento del capo che non è disposto a concederle le ferie richieste per andare a trovare il padre morente. Di fronte alla possibile perdita del lavoro, la donna reagisce con un disperata rassegnazione che però ben presto si trasforma in insofferenza verso la situazione in cui si trova costretta a vivere. Madre di una ragazzina diciassettenne in piena crisi adolescenziale, moglie di un uomo accusato di pedofilia, lei è l’unica che può occuparsi economicamente della famiglia dal momento che nessuno vuole più assumere il marito. Divisa tra le responsabilità che le pendono sul capo e la voglia di vedere per l’ultima volta il padre, a cui sente il bisogno di far sapere quanto vuol bene, Harper lascia prevalere la parte umana, quella naturale del desiderio e dell’istinto, dopo aver incontrato un ragazzo che, con disarmante semplicità, la spinge a guardare dentro di sé e a capire di cosa ha veramente bisogno.

Da subito emergono situazioni irrisolte nella famiglia di Harper, rapporti logori in cui regna l’imbarazzo più che la sincera comprensione, problemi generazionali, disagi con cui, volente o nolente, si è deciso di convivere. Il testo di Simon Stephens parla della vita, di quella reale, che appartiene a tutti, nella quale spesso le crisi si nascondono dietro un velo di finzione e ipocrisia. Il coraggio del drammaturgo inglese sta nel mettere in scena la verità e personaggi imperfetti senza sentire il bisogno di criticarli o giustificarli, senza proporre facili soluzioni, perché non sempre la realtà le offre. Come ha scritto Lucio De Capitani “L’uomo è un essere che Stephens non vuole in prima analisi giudicare ma soprattutto capire”. E per farlo, l’autore della pièce conduce il pubblico nella vita di Harper Regan senza omettere nulla, rendendolo partecipe di ogni attimo che vive in questi due giorni. Siamo con la protagonista quando le viene negata una settimana di ferie, quando sul ponte di Stockport – si aprirà con l’adolescente Tobias, quando – tornata a casa  si delinea una difficile situazione familiare, e ancora in ospedale, in un pub, in una camera d’albergo, nel salotto della madre. Tanti luoghi e un palco quasi vuoto, scarno. Qualche oggetto di scena che si trasforma, a seconda dell’occasione, negli ambienti interni ed esterni in cui si muoveranno i personaggi. La radio, il giubbino di pelle, i jeans di Seth, il marito di Harper (interpretato da Cristian Giammarini), ricompaiono in diversi momenti dello spettacolo, sono rimandi eloquenti e spingono lo spettatore a ritornare su alcuni concetti; la scenografia, seppur minimale comunica e sottintende passaggi importanti. Il bianco domina su tutto, sul fondo tre porte che permettono a chi è fuori di entrare e conoscere cosa avviene al di là della parete solo in alcuni momenti e che si chiudono proprio in uno degli attimi di maggior pathos: quando Harper arriva in ospedale dal padre. Non ce la fa; non riesce a raggiungere l’edificio in tempo e quindi a salutare il padre che trova già morto. Non le viene concesso di entrare e, con lei, restiamo fuori anche noi, avvertendo un senso di ingiustizia e di esclusione. Finiamo per immedesimarci, per comprendere la sua anima, per leggere il suo cuore. Merito sicuramente anche della bravura di Elena Russo Arman, che comunica allo stesso tempo sorprendente dolcezza e furia, che ci fa attraversare ogni fase di questo processo di trasformazione e che dà vita ad ogni sfaccettatura caratteriale del personaggio.

Il viaggio di Harper sarà un viaggio reale (torna nella cittadina in cui è nata e in cui vivono ancora i genitori), ma sarà soprattutto un percorso interiore. È un viaggio che inizia in solitudine ma che sarà ricco di incontri e di scontri che permetteranno alla protagonista di conoscere se stessa e verità che farà fatica ad accettare. Strappi relazionali e familiari compaiono continuamente, difficoltà di accettarsi, di assecondare passioni e desideri sono i sentimenti con cui ci si confronterà durante le due ore e mezza di spettacolo. E sono proprio queste esperienze che permetteranno alla donna di tornare a casa, nel finale, e di riconciliarsi in qualche modo con sua figlia (interpretata da una sorprendente Camilla Semino Favro) e suo marito.

Il testo di Stephens, di cui Elio De Capitani firma una strepitosa regia per il debutto in Italia e a cui va il merito di aver portato con audacia nel nostro Paese un testo quasi sconosciuto, racconta cosa comporta e come avviene il passaggio da una condizione a un’altra, da una relazione a un’altra, da un riconoscersi diversi da come si era prima. “Harper Regan” non dà soluzioni, non esprime sentenze perché mette in scena la realtà, la verità. Ma la verità non è unica, non è semplice e non sempre è scontata. È per questo che, nel finale, la protagonista sceglie di accettarsi coraggiosamente sebbene non sia perfetta e comprende quanto sia importante accogliere la diversità di ogni singola esperienza umana, perché l’amore non giudica ma capisce.

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Harper Regan
di Simon Stephens
traduzione: Lucio De Capitani
regia: Elio De Capitani
scene e costumi: Carlo Sala
luci: Nando Frigerio
suono: Giuseppe Marzoli
con: Elena Russo Arman, Cristina Crippa, Francesco Acquaroli, Marco Bonadei, Martin Chishimba, Cristian Giammarini, Camilla Semino Favro

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