“Il giardino dei ciliegi” di Anton Cechov

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fotoItaliano di Ferdinando Bruni

Supervisione di Rosa Molteni Grieco

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Superficialità, rassegnazione, fatalismo sono nel dna dei componenti dell’aristocratica famiglia decadente che si ritrovano dopo molti anni nella casa avita. Il motivo di questo ritorno al bozzolo (l’antica stanza in cui stavano allora i bambini), la camera del tempo perduto. Non è un regresso all’infanzia, non è un richiamo alle radici della purezza, della spensierata giovinezza, ma un più concreto problema: la vendita della casa e la tenuta che la circonda (il favoloso giardino dei ciliegi) per far fronte ai debiti contratti in tanti anni di sperperi. In quei loro discorsi sulla vuota quotidianità, in quell’allegria fuori tempo e fuori luogo, quel ridere, quegli atteggiamenti assurdamente felici irresponsabili Ljubov (una vita di passioni disperse) e il fratello Gaev (una vita di dissipazione inerte) ricordano i protagonisti (loro però inconsapevoli) del gran ballo sul Titanic prima della fine.

Emblematica la scena del valzer e dello champagne recitato nevroticamente da chi vuole stordirsi nell’attesa dell’evento in quell’altalena di angoscia preagonica tra strazio, riso e un’assurda allegria.

La situazione della famiglia è una chiara metafora del decadimento di una società borghese che avendo disperso nell’agiatezza l’etica, i valori, il senso della vita, non può che sprofondare nelle proprie contraddizioni e nella propria vacuità. È un tempo che si conclude. L’unico che abbia un’oscura consapevolezza dell’ineluttabilità delle cose è Trofimov, lo studente fallito confusamente rivoluzionario.

Eccellente la messa in scena di Ferdinando Bruni. Il regista privilegia il realismo di Cechov, quel suo gusto per la rappresentazione naturalistica, senza peraltro trascurare la natura lirica della pièce. È formidabile l’intuizione del regista quando ricorrendo alla tecnica cinematografica ci propone dei “fermo immagine” (metafora del vuoto che blocca azione e pensieri) con gli attori immobili per diversi secondi.

Molto belle, eleganti (assolutamente funzionali a quell’oziosa decadenza) le scene attente a rendere la purezza dei ricordi e la malinconia del tramonto di una vita, di un tempo. Scene e costumi curate dall’uno e trino Ferdinando Bruni.

Le luci di Nando Frigerio danno corpo al panta rei, alla dimensione del tempo, della vita che scorre verso un destino segnato.

Gli attori tutti sono stati bravissimi. Ida Marinelli ha interpretato il personaggio di Ljubov esprimendo con grande padronanza scenica i diversi stati d’animo che il ruolo in quel momento richiedeva: irresponsabilità dolcezza, commozione, rassegnazione.

Elio Capitani, nel descriverne l’inconsistenza esistenziale, è stato un impeccabile Gaev.

Così come Federico Vanni nel ruolo del parvenu Lopachin.

Non possiamo poi dimenticare gli ottimi Elena Russo Arman, Corinna Agustoni, Luca Toracca, Marco Vergani, Fabiano Fantini, Nicola Stravalaci, Liliana Benini, Carolina Cametti, Vincenzo Giordano.

Applausi convinti e meritatissimi.

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