Human

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Foto di Zani Casadio
Foto di Zani Casadio

Testo coraggioso quello portato (con grande successo) allo Strehler di Milano in prima nazionale da Marco Baliani e Lella Costa non tanto per il tema di attualità (i movimenti migratori) quanto per aver proposto – in anni in cui sui palcoscenici abbondano (e in certi casi imperversano) spettacoli di puro intrattenimento o pièce di consolidata notorietà – un lavoro che esprime una delle funzioni più alte del Teatro: stimolare la riflessione dello spettatore e disturbarlo nei suoi convincimenti radicati a volte solo per inerzia intellettuale.

Il titolo Human sintetizza in modo icastico spirito e filo conduttore dello spettacolo: l’umanità appare cancellata da egoismi e timori che generano una mancanza di solidarietà indegna degli esseri umani. Finalità dei due autori non è la denuncia (che peraltro c’è ed è forte) della meschinità che porta a trincerarsi dietro l’ipocrisia di presunte impossibilità come nello splendido e drammatico episodio del mancato soccorso al barcone degli immigrati in grave pericolo, ma cercare di capire ciò che sta accadendo sotto gli occhi spesso troppo indifferenti di tutti noi.

L’emigrazione è un fenomeno antico come l’uomo e la causa è sempre la stessa: salvare la vita propria e della propria famiglia o dalla miseria che annulla ogni prospettiva o da eventi, generalmente guerre o pulizie etniche, che tendono ad annullare la vita di chi è identificato come ‘nemico’.

La pièce è centrata sul Mediterraneo (il ‘mare nostrum’ dei Romani, divenuto ‘cimitero nostrum’ per il gran numero di esseri umani che con terribile frequenza vi perdono la vita) da sempre teatro di migrazioni come racconta Baliani citando i versi dell’Eneide che narrano come il ‘profugo’ Enea con la famiglia e i compagni cerchi una terra dove poter vivere in pace e libertà e come dalla contaminazione tra popolazioni locali e immigrati troiani sia nata Roma.

L’altro episodio mitologico (reso drammaticamente affascinante dall’intensa interpretazione di Lella Costa) è quello dell’amore contrastato di Ero e Leandro separati dalle acque dell’Ellesponto, lo stretto acqueo esempio di come l’uomo con i suoi odi irrazionali possa trasformare in elemento di divisione ciò che è nato per unire.

Lo sguardo degli autori dalla mitologia passa all’oggi ponendo in risalto in modo ora drammatico ora lieve, ma mai didascalico e dogmatico, la miseria mentale e culturale di chi (spesso ‘in buona fede’) su questi temi segue slogan e frasi fatte costruite e lanciate da chi ‘in buona fede’ non è, ma specula sull’innata paura umana per il nuovo e il ‘diverso’ al fine di conseguire personali finalità di potere. E che dire di coloro che da un lato urlano per costruire muri contro l’immigrazione e dall’altro accrescono i propri guadagni sfruttando gli immigrati come manodopera sottopagata e priva di diritti?

Spesso chi si agita dimentica che in poco più di un secolo decine di milioni di nostri connazionali sono stati costretti ad abbandonare famiglia, amici, abitudini e paesi natii per cercare un futuro tra genti di cui ignoravano usi, leggi e linguaggio (ancora oggi migliaia di giovani laureati, diplomati, ricercatori… emigrano per costruirsi un futuro che il nostro Paese non sa assicurare). Commovente e drammatica nella sua levità è la scena dell’emigrante con la valigia di cartone legata con i lacci che racchiudono poche cose e molti ricordi.

Gli autori con questo bel testo si propongono – e ci sono riusciti perfettamente – di far riflettere sul perché all’inizio di questo terzo millennio quei diritti (nati dalla Rivoluzione Francese e dalla Guerra di Secessione Americana) fondanti la civiltà e cultura occidentali e che si pensava definitivi (salvo qualche temporanea e drammatica eccezione nel Novecento) appaiono oggi messi in discussione se non in pericolo da forti rigurgiti di egoismo e dalla paura verso gli ‘altri’ (gli immigrati) visti come nemici e non come fratelli da integrare.

Il problema delle migrazioni dai Paesi poveri o tormentati da guerre infinite esiste e occorre affrontarlo da un lato con politiche d’integrazione sociale, economica e culturale pur nel rispetto delle diversità e delle Fedi, dall’altro operando per estirparne le cause nei Paesi di origine, mai costruendo muri fisici e mentali dietro cui nascondere il proprio egoismo.

Human è uno spettacolo pienamente riuscito il cui ottimo testo è sostenuto oltre che dalle coinvolgenti interpretazioni di Lella Costa e Marco Baliani (anche equilibrato e attento regista) dalle performances dei quattro giovani attori che completano il cast (David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis e Luigi Pisceddu).

Arricchiscono uno spettacolo di rara efficacia la bella colonna sonora composta da Paolo Fresu che sottolinea con la consueta bravura i caratteri delle singole scene e le scenografie e i costumi creati da Antonio Marras che con un gioco di varianti sul rosso (colore del sangue come forza vitale) sottolinea questa millenaria storia di migrazioni, di abbandoni dolorosi e forzati e di viaggi scanditi dalla disperazione, ma anche dalla speranza di un futuro migliore o a volte semplicemente di un futuro.

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