Il prezzo

Arthur Miller in scena allo Stabile di Genova fino al 5 febbraio 2017

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produzione Compagnia Umberto Orsini

versione italiana Masolino D’Amico

regia Massimo Popolizio

personaggi e interpreti:

Gregory Solomon Umberto Orsini

Victor Franz Massimo Popolizio

Esther Franz Alvia Reale

Walter Franz Elia Schilton

scene Maurizio Balò

costumi Gianluca Sbicca

luci Pasquale Mari

durata dello spettacolo: h 1.45 senza intervallo

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Vecchi mobili scuri in legno massiccio coperti, rovesciati e accatastati facenti capolino da ovunque e un giradischi che sputa musica anni ’20 è ciò che le luci di scena illuminano inizialmente.

Una vecchia casa in procinto di essere demolita fa da teatro a uno spaccato di vita che ha dentro di sé tanta di quella umanità che sfido chiunque a non sentirsi chiamato in causa dai contenuti di questo testo.

Un marito e una moglie sulla cinquantina aspettano un perito con cui trattare il prezzo da attribuire a immobile e mobilia; dialogano non senza amore ma con il peso degli anni e della fatica nelle parole.

Due fratelli si incontrano dopo molto tempo nel luogo dove sono nati e cresciuti, ricordando l’infanzia insieme, i genitori, i torti subiti: dopo la Grande depressione, tutta la famiglia aveva dovuto fare i conti con l’improvvisa perdita di benessere, con il disvelamento dei valori e dei bisogni che ne era derivato e con le diverse risorse che ciascuno aveva dovuto attivare per fronteggiare la crisi.

Il prezzo diventa un espediente: se, infatti, per buona metà dello rappresentazione esso non viene rivelato, siamo, però, ripagati da un altro tipo di conoscenza. Ogni personaggio svela se stesso nel confronto con gli altri, e niente è come avevamo pensato. L’idea che immediatamente ci eravamo fatti di ciascuno cambia mano a mano che ascoltiamo: come nella realtà non esistono buoni o cattivi, verità e menzogne tagliati con l’accetta, così Miller con questo testo ha saputo rendere la complessità propria della vita, a un determinato spaccato della quale ci troviamo a compartecipare. Certo è che l’autore avrebbe potuto scegliere una qualsiasi altra situazione per avviare la sua trattazione e far emergere problematiche che aiutassero nella riflessione sopra il proprio tempo, ma forse non avrebbe sortito la stessa profondità come con l’utilizzo di una vicenda che è in parte autobiografica.

Avremmo potuto fermarci ancora a lungo a sipario calato o decidere di andarcene prima della fine, ma non avremmo perso il senso della storia, ed anzi questo ci sarebbe giunto con uguale o maggiore forza anche se la regia avesse usato gli attori per osare un’interpretazione del testo meno “di parola”, meno caricata e guitteggiante, dunque maggiormente vera.

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