Two

Andato in scena il 4 e 5 marzo 2017 alla Sala Pasolini di Salerno

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di Jim Cartwright (versione italiana Serena Zampolli)

Interpreti Angela Ciaburri e Davide Mancini

Regia Massimo Mesciulam

Produzione Compagnia Randevù

Durata: 60 minuti

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Entriamo in sala e ci accomodiamo. Non ci sono poltrone né sedie, ma sedute senza braccioli, grigie, che somigliano ai sediolini di emergenza nei corridoi dei treni, quelli di una volta, dove ci si adattava a sedersi quando i posti erano tutti occupati! Bah! Almeno si può rivivere un ricordo, anche se oltremodo scomodo!

Mentre il pubblico, numeroso, entra, leggiamo sul volantino di presentazione:

Il lavoro sulla drammaturgia contemporanea contraddistingue la poetica della giovane compagnia teatrale, formata da Angela Ciaburri e Davide Mancini. Insieme portano in scena per la prima volta in Italia un testo del drammaturgo inglese Jim Cartwright, nato nel 1958 a Farnworth, nel Lancashire.

Scritto nel 1989, ma ancora sorprendente oggi, TWO, nella versione italiana della giovane Serena Zampolli “DUE”.

L’interno di un pub è il luogo di incontro di personaggi inventati ma fedeli agli stereotipi dei caratteri salienti di un’umanità varia e sofferente. Come se nel pub arrivassero col passaporto del dolore, ed è appunto il dolore nascosto o manifesto il vero filo conduttore dello spettacolo.

Il bancone, scuro e massiccio occupa il centro sul fondo, ai lati due porte aperte (che indicano un “dietro”), davanti un unico tavolo con due sedie di plastica. Un uomo ed una donna entrano in scena, già litigando.

La coppia vive la sua vita servendo birre ed alcolici, pulendo bicchieri ed ascoltando con malcelato disinteresse gli sfoghi degli avventori. Sì, perché tutti sono disposti a parlare davanti ad un bicchiere di birra o di liquore.

Dinamiche di coppia. Sguardi torvi, espressioni ringhiose, minacce verbali, la schiuma dai boccali di birra trabocca mescolata alla bava astiosa delle parolacce sussurrate a fior di labbra, nascoste da sorrisi di servizio e nomignoli affettuosi ai clienti abituali. L’alibi dell’alcool nasconde una grande immensa solitudine e i due proprietari assecondano le complesse richieste inespresse fornendo parole di complicità amicale.

Si sprecano i “Tesorooooo!”, “Cara”, “Amooore!”, complimenti agli avventori. Brandelli di vite raccontate, distorte ed inventate. In fondo si va nei locali anche per questo e si diventa clienti abituali per essere riconosciuti, per sentirsi a casa, in famiglia, per radicare abitudini e ritardare impegni gravosi.

La fidelizzazione ha molteplici sfumature non solo nella logica socio-economica, ma affonda anche le sue matrici nella psicologia dell’ascolto. La cinematografia ha creato ruoli stupendi di baristi-psicologi che aiutano a dimenticare e ad annegare i dolori nella perdita momentanea di consapevolezza. Ed anche il teatro! Il nostro italiano Stefano Benni ci ha regalato un magnifico “Sherlock Barman – Tragedie da bar”.

Psicanalisi pratica di moderna consuetudine, che aiuta ma non risolve e passata la sbornia, la sofferenza ritorna con rinnovata violenza. Escoriazioni dell’anima, ferite che bruciano, fallimenti inconfessati, speranze naufragate, mortificazioni rassegnate, depressioni latenti: molteplici sfaccettature di un prisma umano insidioso ed opaco.

Perché al pub non si va per prendere il caffè, ma per bere. Differenza sostanziale tra il “Bar” e il “Pub”. Certo il bicchierino si beve anche al bar, ma per tirarsi su, non per affondare.

Ai lati della scena due attaccapanni con indumenti vari. È già tutto svelato. Tutto avviene a vista. Si alternano lui e lei nei personaggi, che cambiando cappelli, giacche, scarpe, occhiali, pipe e cuscini recitano la propria storia di ordinaria follia quotidiana.

Il testo ha una struttura estremamente vincolante, all’inizio ci è sembrato che l’obiettivo di Cartwright fosse, più che raccontare una storia, sfidare attori e regista in un’impresa impossibile – leggiamo nelle note di regia – La prima preoccupazione è stata lo spazio: abbiamo optato per un disegno semplice ma che consentisse un’ atmosfera coinvolgente e inclusiva; un bancone, un tavolo, che abbiamo immaginato essere quello in cui, ad orari diversi, si avvicendano i clienti, e pochissimi elementi di costumeria e attrezzeria. Abbiamo subito deciso, infatti, che i cambi dovevano essere “a vista” e senza soluzione di continuità. Ci siamo dedicati molto ai rapporti tra i personaggi, cercando di scavare in profondità, disinnescando i tratti caricaturali suggeriti da Cartwright, pur mantenendo lo stile, il linguaggio “da pub” e le frequenti interazioni tra attore e pubblico.

Fastidiosa l’assenza del liquido e troppo vuoti i bicchieri.

Interessante il finale, non tanto per la risoluzione del problema, perché è facilmente intuibile sin dall’inizio quale sia il motivo della ferita aperta e profonda che alimenta il rancore rabbioso che li unisce, ma per la trovata scenica. Quando finalmente la giornata volge al termine, quando la notte avanza e le porte del pub si chiudono, i due restano soli e lei trova il coraggio di… fare una telefonata. Forse c’è una luce in fondo al tunnel.

D’altronde, come si dice… la speranza è l’ultima a morire…

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