Vestire gli ignudi. L’attualità di Pirandello

Andato in scena al Teatro Palladium di Roma

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Un testo che condensa gli stilemi della poetica pirandelliana in uno schema noir, in cui i retroscena si svelano lentamente.

Una vicenda che si svolge tutta in penombra, preceduta dall’antefatto accennato dietro i vetri opachi di un’enorme finestra sghemba che funge da fondale.

Convalescente dopo un tentato suicidio, la giovane Ersilia cerca conforto da un attempato scrittore che vive in una camera presso la pensione della signora Onoria. Cacciata dalla madre della bambina che aveva in custodia e della quale ha accidentalmente causato la morte, decide di porre fine alla propria sventura ma, nel tentativo di nobilitare tale decisione, confessa al giornalista accorso sul posto di aver compiuto il gesto per la disperazione di essere stata abbandonata dal fidanzato.

La vicenda della giovane ricalca la trama di un romanzo che lo scrittore Nota sta scrivendo e ne anticipa perfino alcuni risvolti, che si svelano man mano. “Un romanzo o si vive o si scrive” sostiene Nota.

Ersilia vive il suo, quasi un romanzo d’appendice, il romanziere scrive quello che gli suggerisce il suo estro creativo: l’arte, a volte, anticipa la realtà.

La ragazza, fuggita dalla sua vita precedente e obbligata a sottrarsi a quella che si è inventata nell’intervista, sarà costretta a viverne un’altra ancora. Quella del romanzo? o una nuova da impostare daccapo?

Ma l’esistenza è più complicata di un cambio d’abito, non basta togliere e mettere un vestito per assumere una nuova identità. Una vita segnata dalla colpa di una passione insana, guidata dalla gelosia, genera epiloghi tragici che nemmeno l’ombra della follia potrà redimere.

Il “vestito” che avrebbe dato dignità ad Ersilia da morta, non è decoroso da viva, non potendo occultare le sue vergogne che sono diventate oggetto di cronaca. L’epilogo è scontato.

Il testo scava negli anfratti della psiche, scarnificando l’animo della fragile Ersilia che sembra scossa da un parossistico bisogno di esternare per intero il suo travaglio, torturandosi fino alla sentenza di morte che si autoinfligge dopo aver smascherato gli ipocriti egoismi sentimentali degli uomini che l’hanno ingannata con l’illusione dell’amore, in una discesa agli inferi che evoca una seduta psicanalitica, nel drammatico finale.

Una storia datata 1922, che attraversa i temi di sesso, gelosia, potere, diritto di cronaca come tante storie dei nostri giorni, raccontata attraverso la presa di coscienza e la ribellione al potere maschile attuata attraverso l’unico mezzo a disposizione di una donna dell’epoca, il suicidio, che le fornisce finalmente “la forza di essere qualcosa”, non potendo più coprirsi con “un abitino decente”.

L’adattamento e regia di Gaetano Aronica, presidente della Fondazione Pirandello, accompagna i progressivi disvelamenti dei tasselli dell’intreccio con un ritmo che ne sottolinea la drammaticità e la perenne attualità, in un contesto ambientale formalmente rassicurante quale è la camera del romanziere ma scenograficamente inquietante, con la grande vetrata che incombe a simboleggiare l’immanenza ostile del mondo esterno (scene e costumi di Antonia Petrocelli, disegno luci di Luca Pastore).

Vittoria Faro, esile e accorata, incarna la disperata complessità di Ersilia con autentica immedesimazione. Andrea Tidona è il paterno scrittore, Gaetano Aronica recita la parte del console seduttore, Stefano Trizzino, Barbara Capucci e Fabrizio Milano completano il cast.

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