“Theatrum Mundi Show” di Pippo Di Marca

Andato in scena il 27 e 28 marzo 2018 al Florian Espace di Pescara

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Theatrum Mundi Show di Pippo Di Marca fonda fortemente sul concetto che il teatro è un linguaggio stratificato, costituito da tanti linguaggi distinti ma consanguinei, che sul palcoscenico non si limitano a sovrapporsi ma nemmeno si fondono completamente. Per contro, si contaminano, contagiano, si integrano e disintegrano a seconda dei momenti come fasi lunari, come corpi spaziali che proiettano ombre oscuranti. Soprattutto influiscono reciprocamente, imprimendo viraggi che non sono solo estetici, bensì che agiscono all’interno dei canali percettivi dei singoli spettatori.

Si tratta di un meccanismo reperibile con maggiore o minore leggibilità nelle maglie di ogni spettacolo, ma in quest’ultimo lavoro Di Marca sembra voler massimizzare gli effetti della cosiddetta polisemia teatrale, ovvero questa intima pluralità espressiva che possiede l’arte performativa: parola e recitazione degli attori vengono ospitate o irretite da un intrico di segni, quasi un letto di seta vischiosa, secreta ed intelaiata al momento da intersezioni continue fatte di voci registrate, videoproiezioni, brandelli di testo e didascalie talvolta messe a corredo dei filmati proiettati. E poi tracce musicali digitali e canzoni eseguite dal vivo, testualità detta ma anche scritta ed infine letta ostentatamente da pagine ora cartacee ora liquide, porose poi traslucide, salvate dall’oblio del tempo e dal caos della vita, infine abbandonate ai flussi e riflussi delle acque secolari. Il tutto avviene senza che si delinei una regola a dettare un ordine prevedibile per un andamento di scena che non traccia la forma di una linea, bensì il dondolio ipnotico di una spirale che affiora in superficie solo per punti e linee, come un messaggio cifrato in alfabeto morse.

Eppure, per struttura Theatrum Mundi Show ammicca alla composizione di un cabaret mastodontico dove i diversi interpreti si alternano in continui assoli. C’è dunque una illusoria linearità dello spettacolo, che però è pura rappresentazione, anzi finzione o – meglio ancora – citazione. Citazione, certo, dai numerosissimi poeti di una Babele in cui risuona il coro della modernità occidentale, da Joyce a Shakespeare, da Pasolini a Jim Morrison da Pound a Beckett e Rabelais, per un elenco destinato irrimediabilmente alla lacunosità, all’approssimazione, all’incompiutezza.

Il meccanismo della citazione investe però anche il regno medesimo del teatro, con la scena che allude tanto al laboratorio meticoloso dello scienziato quanto all’atelier caotico dell’artista. Trasparenze deformanti, sospese a mezz’aria, ed a terra specchi incastonati nella praticabilità di sedili, fissi e mobili, frontali ed in profilo. Come in un defilè gli attori entrano ed escono da porte comunicanti e da strade di buio che incorniciano il fondale. La perfezione dei neri, la nettezza dei bianchi, la morbidezza perlata dei grigi e la geometria degli abbinamenti spezzati preparano alla ferita versata nel rosso del costume femminile. Una scacchiera è il terreno prediletto per questi incontri o per queste sfide, ma si tratta di un appuntamento impossibile, sottratto alla fisicità da una dimensione in cui le forme si sono disciolte come gli orologi di Dalì e la prossima mossa va cercata per divinazione, affidandosi ai sensi del rabdomante.

L’artigianalità del mestiere teatrale ingaggia un gioco di seduzione con l’ arte teatrale, quella immortale follia di evocare mondi diversi dal qui ed ora, di proiettare dimensioni ulteriori, alternative a quanto la logica dichiara e riafferma con il più elementare esercizio di sé. La scena teatrale si fa pagina che succede a nuova pagina, fino a rilegare un ipertesto che si smaterializza progressivamente proprio mentre aumenta di volume. Accade così che, giunta al suo culmine, la rappresentazione cede: gli attori si fanno spettatori, il repertorio supera la messinscena, la copia della realtà vince l’originalità dello spettacolo. Ma tutto è flusso nel grande mare della poesia, ogni addio il principio di un ritorno…

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CREDITS

Theatrum Mundi Show”

Ideazione, selezione testi e regia Pippo Di Marca

con Gianni De Feo, Pippo Di Marca, Fabio Pasquini, Anna Paola Vellaccio

Scena Luisa Taravella

Visioni Salvatore Insana (il video su Pasolini è di Francesco Di Marca)

Sound Globster

Luci Renato Barattucci

Assistente alla Regia Elisa Turco Liveri

Cura Giulia Basel

Organizzazione Ilaria Palmisano, Flavia Valoppi

Produzione Florian Metateatro

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