Copenaghen

La storia, la moralità e la meccanica quantistica si scontrano in un appassionante groviglio di un classico contemporaneo. In scena fino al 16 dicembre 2018 al Teatro Argentina di Roma

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CopenaghenNiels Bohr è il più grande studioso dell’atomo, l’affascinante scienziato antagonista di Einstein, creatore della scuola di Copenaghen, è stato l’iniziatore della fisica atomica moderna allorché intuì che la teoria dei quanti poteva essere applicata alla materia oltre che all’energia; Margrethe Nørlund è danese, ha dedicato la sua vita a ospitare gli allievi che suo marito faceva arrivare da tutto il mondo per farli lavorare nel suo istituto di fisica; Werner Heisenberg scienziato tanto apprezzato da Niels, ma che piaceva così poco alla moglie Margrethe, acquistò fama per la prima formulazione della meccanica quantistica e per aver scoperto l’indeterminazione delle particelle, dove a livello atomico nulla è certo, come l’esistenza umana, ugualmente incerta e governata da forze non prevedibili.

Siamo a Copenaghen, i piani temporali della nostra storia si incastrano alla perfezione il tutto senza un ordine fisso, seguendo la libertà del ricordo e del pensiero, passando per gli anni “centrali”, i più fruttuosi, delle scoperte e delle grandi amicizie, fino ad arrivare al momento più significativo, l’autunno 1941: la Danimarca è occupata dall’esercito nazista e Hitler è alla ricerca dell’arma definitiva. Il fisico teorico tedesco Werner Heisenberg ha accettato di collaborare con il regime nazista, che gli consente di proseguire le proprie ricerche, sebbene spingerà il Reich a rinunciare al progetto della bomba atomica, limitando la ricerca alla sola costruzione di un reattore. Questi decide di far visita al suo maestro di un tempo, il danese, per metà ebreo, Niels Bohr. I due premi Nobel, un tempo amici, sono ora divisi dalla guerra.

Del loro colloquio, solitario nei boschi, in parte sotto lo sguardo attento e accattivante di Margrethe, non resterà traccia, se non quelle missive di sentimento altalenante che Niels non inviò mai all’amico. Intorno al motivo di quel viaggio, che ancora divide gli storici della scienza, Michael Frayn, scrittore e giornalista londinese, costruisce un’avvincente pièce teatrale, mescolando sapientemente gli ingredienti della drammaturgia alla storia della meccanica quantistica.

L’autore parte dai moventi delle persone per spingersi a indagare, attraverso il confronto appassionato tra i tre protagonisti, i temi dell’etica scientifica e del rapporto fra scienza e politica, che quasi combaciano in quel tragico periodo di guerra, di fronte agli interrogativi entro cui nasce e si sviluppa il programma per la costruzione della bomba atomica.

Mauro Avogadro è molto efficace nel restituire sul palcoscenico il complesso congegno drammaturgico ideato da Frayn, che sembra cambiare a seconda di come viene osservato, rafforzando una regola della meccanica quantistica, il tutto illuminato dall’interpretazione dei tre straordinari attori. Massimo Popolizio è un attore di eccezione come Heisenberg in quanto combina il dilemma morale del fisico nucleare con la sua fede razionalista, come se stesse cercando l’assoluzione e, a tratti, le informazioni dal suo padre spirituale. Giuliana Lojodice cattura perfettamente lo scetticismo e la diffidenza di Margrethe, che vede i motivi personali alla base delle astrazioni scientifiche. Umberto Orsini è magistrale nel trasmettere l’autorità e l’impazienza paterna di Bohr, anche nel suo percorso di diffusione, di “insegnamento” e soprattutto di coinvolgimento del pubblico quando si cimenta a spiegare la funzione d’onda di Schrödinger e l’uranio 235.

Copenaghen, nella prima metà del Novecento, era questo. Era il luogo degli incontri, un luogo pervaso da un entusiasmo genuino per le grandi scoperte della scienza, dove la natura delle cose si regge sulla probabilità quantistica, e dove a livello atomico non valgono più le leggi della fisica newtoniana né della relatività di Einstein.

Tuttavia, padroneggiare l’energia atomica significava, una volta messa a punto, utilizzarla  per sviluppare una bomba dall’enorme capacità distruttiva. Il progetto Manhattan, che condusse alla costruzione della bomba atomica statunitense e alla distruzione di Hiroshima e Nagasaki, diretto da Robert Oppenheimer, si avvalse della collaborazione dei grandi scienziati emigrati negli Stati Uniti, tra i quali, in prima linea, l’italiano Enrico Fermi, e vi prese parte lo stesso Einstein. Ma la Storia, si sa, se giudicata con il senno del poi, è molto complicata e non solo in meccanica quantistica è impossibile determinare esattamente la realtà.

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