L’omaggio salottiero a Ennio Flaiano

In scena fino al 7 aprile 2019 al Teatro Flaiano, Roma

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ennio-flaianoLa guerra spiegata ai poveri” fu rappresentato (con Vittorio Gassman) nel 1946 al Teatro Arlecchino di Roma, ora Teatro Flaiano, grazioso “teatro tascabile” che fu ritrovo di artisti e intellettuali dell’epoca, oggi cornice ideale per la riproposizione del primo testo teatrale del grande scrittore pescarese.

Qui bersaglio della satira flaianea è la Guerra. Non solo la Seconda uscente in quel 1946, ma le guerre di tutti i tempi; la Guerra intesa come antitesi tra vincitori e vinti, forti contro deboli, nell’atto unico viene satiricamente rovesciata fuori da ogni retorica.

Il celebre scrittore racconta una vicenda surreale che si svolge in camera di consiglio, dove il ministro della difesa e altri esponenti politici, sotto lo sguardo di un cardinale, parlano dell’inizio di una nuova guerra, sicuri di riuscire nel compito di trasmettere al popolo entusiasmo e ottimismo. L’azione si svolge alla presenza di un giovane che si rifiuta di andare alla guerra, per non rischiare di sacrificare la propria vita, il quale, però, si lascia convincere dalle argomentazioni paradossali dei suoi interlocutori quali: la pace non avrebbe senso se non esistesse la guerra; è necessario combattere per diffondere, in campo nemico, la cultura della libertà! In tempi di “guerre preventive”, l’intuizione di Flaiano è sorprendente.

Il tono sarcastico con cui lo scrittore si rapporta ai suoi macchiettistici personaggi, che ricorda la commedia di Georges Feydeau, tuttavia, nella messinscena di Antonello Avallone non appaga completamente lo spettatore curioso di conoscere il corrosivo ritmo delle battute, la sensibilità ipercritica e l’arguta caratterizzazione dei personaggi di Flaiano.

Lo sceneggiatore de “La Dolce Vita” fu Maestro nel cogliere l’assurdo nella realtà. La stupidità, l’ignoranza e la presunzione umana vede tutti questi elementi del testo ben rappresentati nei famosi aforismi carichi di tagliente ironia. Ma la derisione del tutto suona come cupa rassegnazione al peggio su una scena di cui non tutti gli attori riescono a tenere il ritmo e il generale brio richiesto. 

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