Viaggiare si può

Istruzioni per ''muoversi'' nel mondo all'epoca del Covid-19

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In questi giorni difficili e anomali siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, rispettando distanze e seguendo preziose indicazioni che ci son state ripetute così tante volte che ormai dovremmo saperle a memoria. Io non son certa d’averle afferrate proprio tutte, ma di sicuro una cosa l’ho ben capita ed è ciò che da settimane risuona forte e chiaro in tv, alla radio, sul web… #stateacasa.

E così, noi #stiamoacasa. Per il nostro bene e per quello degli altri.

Se solo penso al fiatone di qualche giorno fa e alle corse frenetiche a cui la vita obbligava un po’ tutti, per rispettare scadenze, per esser sempre sul pezzo… Insomma, fermarsi un po’ è proprio quello di cui molti di noi avevano bisogno – ripercussioni economiche a parte –, e se non sarà così per tutti, be’, di sicuro quello che ci viene chiesto è un ‘sacrificio’ alla portata di ognuno. Prenderci una pausa dalle abitudini quotidiane, per tornare a respirare, ad aver nuovi occhi, e chissà, magari scoprire parti di noi, che tra una corsa e l’altra avevamo finito per perdere di vista.

Nessuna richiesta di atti eroici, insomma, o estreme dimostrazioni di coraggio per fronteggiare un’emergenza senza precedenti, ma un semplice e schietto #stateacasa.

Ero convinta che questo, in fondo, avrebbe fatto bene un po’ a tutti.

Tornare ad esser padroni del nostro tempo: un vero e proprio lusso al giorno d’oggi, non credete?

Poi, però, al decimo giorno di questa quarantena, ho iniziato a dare i primi segni di cedimento.

Fino al giorno prima andava tutto bene.

Be’, non so se ‘bene’ sia proprio la parola giusta, visto quello che stiamo attraversando… ma anch’io, come mezzo Paese, ero alle prese con farina, acqua, divano, libri, tv… Tutto intervallato da qualche boccata d’aria alla finestra, con vista sulle colline di Fiesole e Settignano. Il che, detto tra noi, poteva essere anche molto peggio.

Poi, però, è arrivato il decimo giorno e come vi ho già detto, qualcosa è cambiato.

Quel mattino, infatti, sulle note di Neil Young ho preso a scivolare tra le colline della Val d’Orcia, pensando che tra poco saran tinte d’un verde brillante e chissà se potrò vederle coi miei occhi?

A sera, poi, mi son ritrovata ancora più in là, fin su una spiaggia, ad ammirare il sole che un po’ alla volta svaniva nel mare ed io, lì, di fianco al mio ragazzo a buttar giù gin tonic.

Così, non mi son poi tanto stupita quando due giorni dopo mi son ritrovata a saltare da sola in salotto al ritmo di “La Grange” degli ZZ Top.

Mi sembra una cosa buona e giusta svagarsi un po’, allentare le tensioni, ché anche se il sole, fuori, sembra averle spazzate via tutte con la sua luce calda e convinta, be’, ci sono eccome.

È che per quanto si pensi d’aver bisogno di tempo, in realtà quel che ci serve è anche lo spazio. Quello in cui perdersi, in cui meravigliarsi, in cui macinare passi fino a fiaccare le gambe e così, senza accorgersene, ritrovare finalmente se stessi.

Già, per una come me, poi, che a cose normali non perde occasione per mettersi lo zaino in spalla e partire per chissà dove, queste quattro mura iniziano un po’ a starmi strette. Ma non mi son certo data per vinta, ché quel che ci vien chiesto, in fondo, non è altro che un minimo sforzo rispetto a quello di coloro che si trovano in prima linea. Così mi son data da fare e ho iniziato a muovermi da un posto all’altro attraverso le parole. Non solo quelle degli altri – nei tanti blog che si trovano online – ma anche rileggendo le mie.

Le ultime risalgono a un mese fa, quando in preda a meraviglia e gratitudine concludevo il mio viaggio in Marocco. Rileggerle oggi, tra queste quattro mura, senza la benché minima idea di quando tutto questo finirà, è stata una boccata d’aria fresca, una carezza al cuore. Una parola dopo l’altra, infatti, son tornata a quei profumi, a quei sapori, e per una manciata di minuti, be’, è stato come se tutti i pensieri e le preoccupazioni, fossero svanite nel niente.

Lo so, i viaggi veri son tutta un’altra storia. Ma se una cosa l’ho capita, di questa vita, è che bisogna sapersi arrangiare, e meglio ancora se lo si fa dando spazio alla propria creatività.

Per questo vi regalo le mie parole, quelle che ho buttato giù il giorno in cui tutto è iniziato. Il resto, lo vedrete, vien da sé.

A questo punto, quindi, non mi resta che augurarvi buon viaggio.

Perché se solo lo si vuole, cari miei, viaggiare si può. Si può eccome.

Se volete, dunque, leggere il mio diario di viaggio in Marocco, cliccate qui: www.ireneromano.it/2020/02/18/marrakech-18-febbraio/

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