“L’anima buona di Sezuan” di Bertolt Brecht

Recensione di Emanuele Martinuzzi

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In scena dall’11 al 16 Gennaio al Teatro della Pergola di Firenze

“Riporto in scena L’Anima buona nella versione di Giorgio Strehler. Il grande testo di Brecht ha visto nella versione scenica di Strehler lievitare la sua anima incerta e umana e oggi raccontarci nel nostro scoprirci un popolo dalle maschere di cattivi. Mi misuro con il passato per togliergli, come dice Pirandello nei Giganti «l’impalbabilità del non-essere». E non ho paura. Poggio sulle spalle di un gigante. I grandi testi sono immortali germinatori di nuove visioni, versioni, a indicare il tempo in cui vengono letti compresi e rieleborati, ma le versioni sceniche che, come nel caso di Strehler, hanno la grandezza di un’opera d’arte si perdono. Mentre oggi quella versione di Strehler è lo specchio di quello che stiamo diventando. Nell’Anima buona c’è tutta la tenerezza e l’amore per gli esseri umani costretti dalla povertà e dalla sofferenza a divorarsi gli uni con gli altri, ma sempre raccontati con lo sguardo tenero e buffo di chi comprende. Teatro civile, politico, di poesia.”

(Monica Guerritore)

Al Teatro della Pergola di Firenze torna Monica Guerritore portando in scena L’Anima buona di Sezuan di Bertolt Brecht, ispirandosi alla versione diretta da Giorgio Strehler nel 1981 e trasmessa sulla rai nel 1984, che aveva voluto in scena solo una baracchetta, a sua volta ispirato da Fellini che gli aveva raccontato di cercare un luogo dove girare Il Bidone. L’opera è stata scritta a cavallo tra il 1938 ed il 1940, inscenata per la prima volta nel 1943 a Zurigo, per la regia di Leonard Steckel, mentre Brecht si trovava ancora esiliato negli Stati Uniti. L’opera contiene anche delle canzoni la cui musica è stata composta dal famoso direttore d’orchestra e compositore tedesco Paul Dessau (1947-48). Questo capolavoro del teatro epico narra la storia della prostituta Shen Te, impersonata dalla stessa Monica Guerritore, ispirata e eccezionale, assieme a tante altre sue maschere, unica anima buona e innocente, disposta ad ospitare tre dèi giunti nel Sezuan per cercare una persona che possa essere considerata buona e che trovano nella sola Shen Te, la quale riceve da loro una forte somma di denaro in cambio di ricovero nella notte. Con questo incontro e questo denaro lei riesce a cambiare vita e iniziare a fare tutto il bene possibile agli altri, così come gli dèi le hanno fatto promettere e così come è intimo alla sua indole altruista. Shen Te apre una tabaccheria con la somma ricevuta, ma in poco tempo però questa sua naturale disponibilità e bontà la rende bersaglio di molti personaggi ambigui, parassiti, approfittatori, truffaldini. Per non soccombere a questa meschine attenzioni Shen Te trova lo stratagemma di travestirsi da uomo (il cugino Shui Ta), scaltro e severo, che inizia a sistemare le cose a modo suo, cacciando via gli intrusi e mettendo ordine negli affari economici della “cugina”. Quando però Shen Te si innamora perdutamente di Yang Sun, aviatore disoccupato, interessato più che altro solo al denaro e alla sua carriera, tutto si complica e alla fine precipita: l’amore, rendendo deboli e senza difese, come possono essere le maschere o le strategie di naturale sopravvivenza in un ambiente ostile, è concretamente la rovina degli esseri umani, in quanto come dice lei stessa “è impossibile essere buoni con gli altri e anche con me, dare aiuto ai miei simili e anche a me”. Non si può che finire abbandonati dagli uomini e infine persino dagli dèi, lontani, impassibili e indifferenti, alle sorti del mondo che osservano dalle loro sfere celesti.

“La buona Shen Te indossa i denti d’oro, il ghigno brutale e con movenza da androide meccanico difende quel poco che ha e poi il Barbiere arricchito, la Vedova ricattatrice, il Poliziotto responsabile dell’Ordine e della Sicurezza del Quartiere, la Proprietaria di Immobili, l’Aviatore senza aereo e sua madre: un mondo fatto di figure imperiose che si rappresentano e ci rappresentano. E su tutto la povertà, un popolo piegato dalla necessità da cui deve difendersi la buona Shen Te, l’Anima buona, indossando i panni del cugino cattivo. Ma poi il cattivo Shui Ta improvvisamente è stremato, fiaccato…ricordo Andrea Jonasson chinare la testa, vinta, affaticata: cappello nero, occhiali a specchio, denti d’oro strappati via. L’attrice si libera da tutto quel male con fatica e sotto una massa di capelli rosso fuoco una sola battuta: «com’è difficile essere cattivi»… Un raggio di luce improvviso mette l’accento sul quel gesto affaticato. E via il girevole che, come nelle favole portava ad altra scena, in modo lieve, fluido “che deve far ridere proprio perché dice e tocca cose molto importanti”, così scrive ai suoi attori Strehler. Restai di sasso. In quella commedia fatta di esseri straniti e buffi, succubi nei gesti e imperiosi come lo sono i servi del sistema, lo sdoppiamento del buono e del cattivo ci riguarda. L’uomo è portato al bene. Il male è contro natura. È faticoso.”

(Monica Guerritore)

Potente e universale metafora ancora attualissima, anche in questo nostro mondo relativistico e post-moderno, individualista così tanto fino a disgregare l’individuo in tante collettività e solitudini artificiali. La scarna scenografia, in cui si staglia la fatiscente tabaccheria come un residuo di una civiltà in decadenza o come l’ombra di una periferia che non è solo sociale, ma anche interiore, riesce a raffigurare la vita di chi, orfano di qualsiasi protezione, vive inerme nel deserto di una società o di un mondo in cui solo la forza, la meschinità, il potere, l’astuzia o l’offesa la fanno da padroni e in cui la scelta etica e morale di essere buoni, gentili, altruisti, si dimostra come l’ultima utopia decadente, l’ultimo tracollo definitivo del crepuscolo di idoli, oramai scomparsi nell’iperuranio, da dove provengono e dove tornano questi fantomatici dei che fanno visita alla protagonista, provocatori di un dissidio non più praticabile, quello tra le ombre e la luce, tra il bene e male, con la netta distinzione che la sola ingenuità può tracciare per farsi autodistruggere dalle dinamiche esteriori, sicuramente non disinteressate o innocue. Nel gioco di maschere che la protagonista impersona per difendersi dagli altri, infine dalla sua stessa bontà, c’è tutta la destrutturazione dell’io contemporaneo, che deve diventare estraneo a se stesso per poter difendersi in una liquidità sociale, che non è un traguardo ma una necessità di sopravvivenza, fuggire, distorcere le proprie inaccettabili fragilità di essere umano per non essere preda degli appetiti di altri esseri affamati, non solo di cose o denaro, ma di un senso perduto, di un’armonia dimenticata. Ogni personaggio di questa opera, nel suo modo di apparire tragico o buffo, crede di acquisire o meglio acquietare tutti i suoi sofferti interrogativi, le sue esigenze materiali ma anche spirituali, solamente nel senso di possesso e rapina di ciò che rappresenta concretamente l’altro, in questo scomodo specchio in cui non troviamo mai noi stessi, ma solo ciò che gli altri credono di vedere in noi. Ognuno possiede questo tesoro sottile che nessuno vuole apprezzare e amare così com’è, profondamente e senza riserve, in questo volo senza aereo, che è l’amare spiritualmente un altro essere, senza nessuna rete di protezione rispetto al cinismo, al disincanto o l’opportunismo. La protagonista, sola anima buona, invece si vorrebbe aprire al contatto di un abbraccio solidale, correndo l’estremo rischio di non essere più un io cangiante e trincerato dietro una maschera, per tentare di ritrovarsi alla fine in un rinnovato noi. Il teatro di Brecht è lo spazio in cui vivono queste metamorfosi, questa domande esistenziali, queste danze istrioniche, questi balletti di apparenze, tra un camuffamento e uno slancio di amore, tra un tribunale morale e un volo dei sensi.

Di Bertolt Brecht, regia Monica Guerritore (ispirata all’edizione del 1981 di Giorgio Strehler), traduzione Roberto Menin, con Matteo Cirillo, Alessandro Di Somma, Enzo Gambino, Nicolò Giacalone, Francesco Godina, Diego Migeni e Lucilla Mininno, musiche Paul Dessau, disegno luci Pietro Sperduti, costumi Valter Azzini, produzione Best Live, Fondazione Teatro della Toscana, foto di scena Manuela Giusto.