“Visita al padre” di Ronald Schimmelpfennig

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La drammaturgia contemporanea è talvolta spiazzante. D’altra parte tutte le arti seguono percorsi paralleli, in geometria le diagonali poliangolari prevalgono sulle linee rette, la musica affida una funzione ancillare alla melodia, nelle arti visive la figura è superata dall’informale o addirittura dalle installazioni. Il teatro tiene il passo con il sentiment artistico dominante. La parola perde lo scettro, vale spesso il non detto, il suono, la musica, la scenografia, la coreografia (intesa anche come movimento), le lunghe pause, gli sguardi. Anche nel caso della commedia “Visita al padre” in scena al Piccolo Teatro Studio Melato ho molto apprezzato la regia di Carmelo Rificiche dirige e segna il ritmo, le pause, i toni e le scansioni temporali dei bravissimi versatili attori, mentre considero il testo eccessivamente criptico e pieno di simboli di non immediata comprensione.

La storia: In una vecchia villa della campagna tedesca dove vivono Heinrich, un attempato professore, la moglie, la figlia di primo letto, la seconda figlia, una professoressa nipote della moglie e sua figlia, un giorno bussa alla porta un giovane (Peter) che, fra lo stupore e lo sconcerto dei presenti, si presenta come il figlio del padrone di casa. Il ventisettenne che è vissuto negli Stati Uniti, saputo dalla madre morente di essere il figlio di Heinrich, decide di “fargli visita”. Dopo un lunghissimo viaggio su un mercantile e poi da Amburgo a piedi e con l’autostop penetra in quella casa piena di un vuoto esistenziale dove tutti gli abitanti non si possono chiamare conviventi, ognuno di loro vive nella propria sfera alla ricerca di un’identità perduta o mai avuta (Heinrich da dieci anni sta traducendo il Paradise lost di Milton, Isabel e Peter i due fratelli vogliono fare gli attori, altre vorrebbero avere figli e tutte vorrebbero avere un ruolo). Tutti i personaggi vivono nell’illusione di realizzare una volta nella vita un sogno, un’idea che ne condiziona l’esistenza.

In questa surreale, fredda atmosfera l’ingresso nella casa del giovane destabilizza i precari equilibri, scuote dal torpore i sensi delle donne che, in una morbosa illusione di riappropriarsi della vita, si lasciano sedurre, anzi seducono Peter. Ma il maschio dominante che nel frattempo si era innamorato della giovane nipote (prima “vittima” di Peter) non accetta di cedere il potere a quel ragazzo che aveva accettato come figlio col beneficio del dubbio, lascia cadere la maschera dell’ipocrisia e dà inizio allo scontro epico generazionale che rappresenta il core della pièce. L’autore denuncia l’aridità (in termini di educazione affettiva) e l’incapacità dei padri di trasmettere ai figli l’eredità storica e culturale del paese e di conseguenza l’incapacità eterodiretta dei figli a diventare adulti consapevoli.

Conclusione: la vita di questi personaggi è il paradigma di una condizione esistenziale diffusa ieri come oggi, si dibatte fra ricordi dolorosi di un passato ormai lontano e una realtà che affoga nella solitudine, aggravata dall’alienante autoinganno di credere, di progettare, di sperare.

Come abbiamo detto sono bravissimi gli attori:Massimo Popolizio (il padre), Anna Bonaiuto (la moglie), Marco Foschi (il figlio), Alice Torriani (Sonia), Sara Putignano (figlia di secondo letto), Mariangela Granelli (Marietta), Paola Bigatto (la professoressa), Caterina Carpio (Nadia). Le scene, eleganti e algide come l’atmosfera esterna e interna alla casa, sono curate da Guido Buganza.

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