“Otello” da Shakespeare, riletto da Luigi Lo Cascio

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Foto di Antonio Parrinello
Foto di Antonio Parrinello

Che cosa avrà spinto il siciliano Luigi Lo Cascio a misurarsi con la celebre tragedia di William Shakespeare, ridurla, smontarla, e rimontarla in “lingua” siciliana? Che abbia voluto rendere omaggio alla contrastata sicilianità di Shakesperare confermata recentemente, dopo anni di polemiche, dai ricercatori dell’Università di Southampton che ne hanno fissato la data di nascita a Messina il 23 aprile 1564? La storia è lunga ma per farla breve, la famiglia Florio calvinista per sfuggire alla Santa Inquisizione sarebbe fuggita da Messina per approdare prima a Verona poi a Venezia (dove sono ambientati 4 dei 15 drammi che si svolgono in Italia) per poi approdare definitivamente in Inghilterra. Se non fosse per questo campanilistico afflato (lo dico provocatoriamente) sarebbe difficile capire le motivazioni e l’utilità di tanto impegno. Ma al di là delle discutibili esigenze artistiche e romantiche di Lo Cascio, dobbiamo subito dire che lo spettacolo è assolutamente di prim’ordine e notevole intensità, curato in tutte le sue declinazioni: le scene strutturate con meccanismi molto semplici ma di grande funzionalità drammaturgica e le animazioni di amebe guizzanti, uccelli stilizzati, meduse danzanti (simboli, delle allucinazioni, degli incubi dei personaggi) sono curate da Nicola Console e Alice Mangano, le musiche (classiche ed elettroniche) che moltiplicano le emozioni da Andrea Rocca e la grande funzionalità del servizio luci da Pasquale Mari. Per non parlare della straordinaria interpretazione (per l’ampia gamma delle tonalità vocali, per la mimica, la gestualità, le posture) di Vincenzo Perrotta nella parte di Otello, Luigi Lo Cascio in quelle di Jago, Valentina Cenni di Desdemona l’incolpevole vittima sacrificale e Giovanni Calcagno del soldato, aedo e partecipe cantastorie del dramma. Il regista Luigi Di Cascio infine riesce a far girare alla perfezione il meccanismo drammaturgico nelle sue varie componenti. Tutto bene dunque? Non tanto perché quello di Shakespeare è teatro di parola e se non se ne gusta la forma e il contenuto cosa rimane? 

È pur vero che la voce è musica e il valore lessicale della parola è spesso ancillare, ma tre a uno è troppo (solo Desdemona recita in italiano gli altri in lingua siciliana). Non dobbiamo quindi stupirci se gli spettatori uscivano dal teatro perplessi, stupiti, sconcertati e ad un tempo stregati e affascinati.

Ma ritorniamo in teatro. Il testo del bardo è scarnificato, vengono privilegiate “le parti che obbligano a confrontarsi con l’enigma di certe passioni umane”. Si va dunque a scavare negli abissi profondi dell’animo umano dove non esiste il colore della pelle. Otello, calvo e di bianca carnagione, è vittima del complotto teso dal perfido Jago che tesse la sua tela con malvagia determinazione. La storia è risaputa. È l’epifania della gelosia che è sempre prova di amore che si trasforma in odio distruttivo il cui esito è la morte di chi si ama.

Il fatto poi che Lo Cascio sovverta la trama cominciando dalla fine e finisca con un purificatore viaggio di Otello sulla luna con l’ippogrifo all’ariostesca ricerca del fazzoletto magico non aggiunge, né toglie nulla alla validità dell’opera.

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