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L'Illusion comique. Ovvero: quando il teatro è diventato eclettico

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Per il pubblico italiano la traduzione più immediata del titolo L’Illusion comique, testo di Pierre Corneille del 1635, non può che essere L’illusione comica. Fin dai primi istanti dello spettacolo, in effetti, ci si illude di una comicità dirompente che appare tuttavia compromessa dalla presenza oscura di due personaggi, il Mago Alcandro (Titino Carrara) e Pridamante (Leonardo De Colle), appostati sul bordo del palco per osservare la vita del figlio lontano di quest’ultimo.

Oltre a interpretare il protagonista Clindoro, quel figlio allontanato da tempo da Pridamante, Fabrizio Falco cura la regia de L’Illusion comique, enfatizzando il rapporto/conflitto generazionale che fa da ossatura alla vicenda: diversamente dal testo originale, è il padre a pronunciare la prima battuta, arrivando al palco dalle spalle della platea. Di qui in avanti, tutto l’impianto registico omaggia la visione surrealista dell’autore francese, rappresentando a doppio filo la rappresentazione teatrale della vita di un personaggio attraverso gli occhi di un altro, figlio contro padre, teatro nel teatro, commedia contro tragedia.

Il valore di una rappresentazione che nasce come pastiche di generi si esprime nel sapore tragico dell’osservazione della vita del figlio di Pridamante, con la costante impressione che i trascorsi del giovane debbano subire una svolta catastrofica: la promessa di un fato avverso si affaccia, per contrasto, sulla spensieratezza giovanile che si esprime in equivoci e battute di spirito, tensioni tra i personaggi talvolta grottesche. Merito di Corneille aver riflettuto precocemente sulla teatralità dei comportamenti quotidiani, mettendo personaggi stereotipati, derivanti dalla stagione della commedia dell’arte, alle prese con una situazione priva di canovaccio, con il rischio continuo di trovarsi in circostanze degne della tragedia classica. Commedia contro tragedia, illusione contro realtà.

La traduzione più fedele all’originale significato francese de L’Illusion comique è “l’illusione teatrale”, la finzione, il cui velo fallace sembra svanire più volte nel corso di quella che è dichiaratamente una proiezione della vita di Clindoro/Falco e dei moniti indelebili che gli vengono lanciati. Eppure, se di tragedia si tratta, è pur sempre una tragedia intrisa di ilarità, satura del retaggio di quel teatro tardo-medievale che ha implicitamente ragionato sull’identità individuale in relazione al simbolo della maschera. Ancora merito di Corneille aver approfondito i sentimenti e l’introspezione razionale dei suoi personaggi, rendendone le intenzioni imprevedibili.

Per tanti meriti, è forse possibile salutare una non sospetta attualità per questa pièce del diciassettesimo secolo; ma è indubbiamente merito della regia di Fabrizio Falco se traspare, dalla sua personale lettura de L’Illusion comique, la conclusione che l’attore sia il vero deus ex machina del meccanismo teatrale.

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L’Illusion comique

tratto da Pierre Corneille

regia Fabrizio Falco

con Titino Carrara, Leonardo De Colle, Loris Fabiani, Fabrizio Falco, Mariangela Granelli, Elisabetta Misasi, Massimo Odierna, Matthieu Pastore, Maurizio Spicuzza
scene e costumi di Eleonora Rossi
luci di Pasquale Mari
musiche di Angelo Vitaliano
produzione
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, in collaborazione con Centro Teatrale Santa Cristina

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