Venezia 62. Biennale Musica: non è solo musica

Il weekend conclusivo dell’edizione 2018 della Biennale Musica

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Biennale Musica
Courtesy of La Biennale di Venezia – Foto di A. Avezzù

La ritualità di certe cerimonie permette anche ai Festival più innovativi e variegati di creare un rapporto di familiarità con il pubblico ed è per questo che i due eventi del weekend di chiusura della Biennale Musica 2018, cerimonia di consegna del Leone d’argento e appuntamento con la Biennale College, pur nella loro annuale e naturale diversità, sono diventati un appuntamento fisso per vedere gli artisti del domani.

Leone d’argento

Teatro Goldoni, 6 Ottobre

Il Leone d’argento è un potenziale e forse futuro leone d’oro.

Una bella stigmate da predestinato, costretto a rispettare i pronostici di chi l’ha designato.

Una scommessa a lungo termine che solo fra quaranta-cinquant’anni (data l’età media degli ultimi “dorati”) vedrà il proprio risultato.

Quest’anno la premiazione del leone d’argento è stata l’unica celebrazione per la già raccontata defezione di Keith Jarrett (https://www.teatrionline.com/2018/10/venezia-62-biennale-musica-lassenza-del-leone-dorato/) e quindi più luci della ribalta illuminavano il volto pulito e giovanile del premiato, Sebastian Rivas.

La motivazione del premio è già un piccolo resoconto della serata

L’esperienza musicale di Sebastian Rivas che trae origine dal jazz, dal rock e dall’improvvisazione si muove nel segno di una brillante e disinvolta originalità tra sperimentazione digitale, acustica ed elettronica. La sua produzione radicata inizialmente nella musica strumentale e nell’elettronica ha via via acquisito una sempre più pronunciata dimensione drammaturgica, spaziale e scenica, come dimostrano del resto le numerose partiture per il teatro, il cinema e la danza ma anche le installazioni sonore e le collaborazioni nell’ambito dell’architettura e in quello delle arti plastiche. L’impegno politico che caratterizza la poetica e la stessa ricerca compositiva di Sebastian Rivas si riflette nel lavoro teatrale presentato alla Biennale, Aliados (2013): un ‘opera multimediale, con suoni, immagini e voci trattati in tempo reale, e insieme un’opera del nostro tempo che rievoca l’incontro tra Augusto Pinochet e Margaret Thatcher, alleati ai tempi del conflitto tra Argentina e Regno Unito per le isole Falkland.

Aliados, un ioèra du temps réel su libretto di Esteban Buch, non è solo musica, non è solo opera e non è solo cinema. Questi tre livelli si muovono, si toccano, si fondono e poi si abbandonano.

Lo spettatore può scegliere di vedere in due modi la scena dell’incontro, come spettatore inerte agli avvenimenti della storia, accompagnati da una musica nascosta da un velo.

Oppure può decidere di leggere i dettagli della storia.

Vedere le facce dei protagonisti, le loro debolezze senili, vedere i loro passi calpestare le foto della guerra appena passata, addentrarsi nella loro psiche e scoprire come quella particolare musica, quel particolare strumento, sia messo lì per sottolineare qualcosa.

La scena mostrata a 360° grazie alle riprese dal vivo di Philippe Béziat viene proiettata su uno schermo che sovrasta l’azione registica di Antoine Gindt mentre nel retro palco Leo Warynski alla testa dell’Ensemble Multilatérale, accompagna voci/attori nel dipanarsi della trama.

Se l’argomento politico forse tocca meno la platea italiana (non l’autore di origine argentina) non lo sono state le performance musicali di Nora Petročenko e Lionel Peintre e quelle a tutto tondo, musica e danza, di Mélanie Boisvert e Thill Dubelski.

Da brividi gli intermezzi recitati di Richard Dubelski.

***

Leoni di bronzo

Teatro Piccolo Arsenale, 7 Ottobre

Allargando il discorso sulle potenzialità, il progetto Biennale College Musica potrebbe essere quella fucina annuale da cui forse un giorno usciranno i leoni d’argento.

Perché non chiamarli Leoni di Bronzo?

I quattro atti unici, quest’anno per la prima volta in collaborazione, per la regia, con il Settore Teatro vertevano sul tema, non banale, del surreale, fantasioso e comico.

Ma per una volta partiamo dagli esecutori.

Francesco Bossaglia dirige ottimamente, con un gesto sempre chiaro e fluido, i giovani musicisti dell’Ensemble Novecento dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sempre concentrati anche in alcuni punti che esulano semplicemente dalle capacità e dagli studi musicali.

I diversi generi messi in mostra dalle quattro opere richiedeva una dose notevole di scaltrezza musicale e mentale e quindi a loro va molto del merito per la messe in scena dell’idea di questi autori in residenza.

L’impressione di questa Biennale Musica è di una netta apertura, in linea con la programmatica del direttore artistico Fedele ai generi ma anche alle altre arti, senza timori reverenziali o paura di contaminazioni.

  • El sueño de Dalì en una noche de Picasso

Il duo Ignacio e Jorge Ferrando occhieggia al surrealismo aiutato dalla convincente regia di Irene di Lelio che con il tocco della trampoliere (Olimpia Ferrara) rievoca perfettamente quelle figure dinoccolate che popolano i quadri di Dalì.

L’argomento e il testo aiutano indubbiamente questo possibile incontro onirico fra due degli artisti più importanti dell’ultimo secolo.

Ci si sarebbe aspettato anche sul lato orchestrale qualcosa di simile ma hanno invece optato per una orchestrazione di stampo pucciniano che ben si sposa con il dramma della scelta fra amore (platonico con la musa Gala od omosessuale con Garcia Lorca) o la fama.

Buona la prova dei quattro cantanti, Sascha Emanuel Kramer, Lucas Moreira Cardoso, Elena Tereshchenko ed Enrico Zara.

Interessanti le animazioni di Alessandro Solimene che rende viva Guernica di Picasso.

  • Rodi, Rodi! Morsicchia! La casina chi rosicchia?

Hansel e Gretel in salsa social.

L’intrattenitiva storia di Cecilia d’Amico, musicata da Sofia Avramidou si distingue per alcuni accorgimenti indizio di una non banale intelligenza scenico-musicale.

La scena (dal classico dei fratelli Grimm, alla versione soap opera a quella da reality show) è il risultato dello zapping di un qualunque spettatore annoiato mostrato, tramite proiezione sul fondale.

Ma ancora più di effetto un momento di muto orchestrale e scenico causa telefonata del consumatore catodico. Gestione resa perfettamente con grandi apprezzamenti del pubblico.

Incerta la morale finale voluta dalle autrici che invitano a spegnere i device elettronici.

  • Trìstrofa

L’opera di Elisa Corpolongo, musica, e Ilaria Diotallevi, libretto, lascia il pubblico spiazzato.

La trama proposta sul libretto di sala non è facilmente riscontrabile in un susseguirsi di frasi all’apparenza sconnesse, debitamente accompagnate dalla musica.

L’unione degli intenti fra le due autrici è palese ed è sicuramente motivo di merito, ma lo spettatore abbandona dopo qualche minuto ogni tentativo di comprensione di ciò che avviene in scena e si lascia condurre lungo il procedere musicale.

Un plauso alle cantanti Felicita Brusoni, Claire Michel de Haas (buone protagoniste anche della seconda opera insieme a Rosaria Angotti) e la già citata Elena Tereshchenko per aver imparato un opera di difficile esecuzione.

  • Push!

La semplicità può fare tanto e lo dimostra innanzitutto la trama ordita da Maria Guzzon, lineare, chiara ma allo stesso tempo mutevole e incognita.

La storia è uno spaccato politico cui negli ultimi anni siamo stati fin troppo avvezzi: il gioco al bottone fra due presidenti di super potenze nucleari.

La regia elegante, probabilmente la migliore di serata, di Katrin Hammerl gioca esclusivamente su tre colori, bianco, nero e azzurro e aiutata dalle scene e costumi (Anne Wallucks) ci racconta di mr. Black, caucasico presidente vestito di nero, e di mr. White, nero presidente vestito di bianco, che fra minacce e sotterfugi giocano con la mano sul pulsante rosso.

Fra di loro l’azzurra Eve. Spia triplogiochista? No: infermiera del manicomio in cui entrambi sono in cura e di cui il pulsante rosso è solo il richiamo per il personale medico.

In mezzo la musica di Alvise Zambon, in bilico fra il rarefatto e l’ossessivo, caratterizza i due personaggi, dando loro ulteriore spessore e rendendoli immediatamente riconoscibili per l’ascoltatore.

Non nuovo agli inserti fra generi distinti, Zambon si ingrazia il pubblico con l’accattivante Ragtime di mr. White e con la citazione classicheggiante conclusiva, un “andate a casa, la messa è finita” operistica.

Ottime le performance Francesco Basso e Rosaria Angotti, più teatrale quella di Antoin Herrera-Lopez Kessel la cui voce grave non sempre supera l’ensemble, mancanza pareggiata da una prestanza scenica notevole.

Semplicità premiata dagli applausi della sala dato che, dopotutto, “è sempre infinitamente più difficile essere semplici che essere complicati”.

E Guareschi mi perdonerà per questa citazione di fine Biennale.

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