Guerra di Lars Norèn

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fotoTraduzione Annuska Palme Sanavio

Produzione Compagnia del Sole con Mittelfest 2011 ed il sostegno del Comune di Bari

 

La guerra è morte, orrore, distruzione, sofferenza, è miseria e crudeltà. Ma le carestie, le sopraffazioni, gli inganni, gli opportunismi e ancora la miseria sono alla base del degrado, della devastazione morale che a guerra finita dilania i sopravvissuti. Tutto è in vendita e concetti come solidarietà, empatia, rispetto sono messi in sonno dalla fame, dall’istinto di sopravvivenza, da un senso di rivalsa. Il silenzio di Dio dipende dalla sordità del povero cristo che non può permettersi l’esame di coscienza. Sono le ferite morali che non si rimarginano. Questa premessa per descrivere la forza drammatica dell’opera “Guerra” di Lars Noren che colpisce allo stomaco lo spettatore, moltiplica l’emozione e ne violenta la sensibilità attraverso l’azione scenica.

In una baracca alla periferia di una città qualsiasi violentata dalla guerra vivono in assoluta miseria una donna e le sue due figlie. Il marito disperso in guerra manca da due anni. La morte ha decimato la popolazione e i pochi reduci sono ormai tornati. Gli argini morali hanno ceduto alla miseria. La donna si mette col cognato, la figlia maggiore, prostituendosi, permette alla famiglia di sopravvivere. Solo la figlia piccola crede ancora che il padre sia vivo. Un giorno, infatti, l’uomo torna, è in uno stato pietoso, una granata gli ha tolto la vista, barcollando cerca di stringere a sé la moglie e le figlie, ma solo la piccola lo abbraccia. La vita per tutti è stata un inferno, la donna e la figlia maggiore sono state ripetutamente stuprate, anche la piccola è stata violentata da una persona insospettabile. Il fratello del reduce (da lui creduto morto), in cerca di una vita migliore, decide di lasciare il paese con l’amante e la figlia maggiore. Solo la piccola che vuole rimanere ad accudire il padre accende una luce in fondo al tunnel.

Guerra” ha la sublime profondità della tragedia greca, i personaggi sono generalmente ad un tempo vittime e carnefici, ma al fondo di quel buco nero che è l’esistenza si vede una luce, la speranza di un futuro migliore.

Non siamo di fronte ad un teatro di parola. In quest’opera Norèn si affranca dal primato della “parola” considerata un contenitore troppo stretto, delimitato, insufficiente. I dialoghi, infatti, sono scarni, veloci, nervosi. Spesso sono suoni. E’ l’azione, sono le scene, sono i corpi, i gesti, i toni, gli occhi, la mimica che esprimono l’orrore, l’abiezione o la speranza.

Marinella Anaclerio ha diretto con grande attenzione al testo questo forte, emozionante, intenso spettacolo. Bravissimi gli attori Bruno Armando, Antonella Attili, Pietro Faiella, Silvia D’Amico, Ornella Lorenzano. Molto funzionali il disegno di luci e oscurità curato da Pasquale Mari, le scene di Pino Pipoli e i costumi di Stefania Cempini.

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