Il Principe, libera versione teatrale di Stefano Massini da Niccolò Machiavelli

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Foto di C. Andolcetti e M. Ammannati
Foto di C. Andolcetti e M. Ammannati

Arca Azzurra Teatro, che dal 1982 è in attività con oltre venticinque anni di lavoro nel segno esclusivo della drammaturgia italiana contemporanea, va in scena al Teatro Cantiere Florida di Firenze.

Che cos’è – ancora – il “Principe” di Machiavelli? Cosa racconta al nostro odierno palato (e più giù, al nostro volubile stomaco)?” (Stefano Massini)

Non esiste a quanto pare solamente la proverbiale sete di potere, ma anche la fame di un potere che debba esser capace di saziare i palati inariditi di un intero popolo senza più guida alcuna. Ed è nella luce ocra del palcoscenico che una voce narrante, proveniente da chi sa dove, ribadisce questa insopprimibile esigenza, non più demandabile. Questo potere mancante va in qualche modo cucinato, per forza di cose. Non pensate, quindi, di trovare in questa libera versione del “Principe” vessilli regali o troni principeschi, semmai tegami di rame e fumi odorosi. Non palazzi o cavalieri, ma in una simbolica cucina, una nutrita e ardimentosa legione di nientepopodimeno che cuochi. E sono proprio questi principi del gusto ad aver l’ingrato e arduo compito di preparare un nuovo Principe autorevole all’affamata Italia di autorevolezza. Sembra un’impresa luculliana dare a questo paese senza più sapore una guida succulenta, un governo credibile, una speranza abbondante, proprio come si augura lo stesso Machiavelli alla fine del suo libello.

Ma il problema in ogni ricetta è sempre scegliere gli ingredienti giusti o i migliori e saperli amalgamare sapientemente no? E se debbano esser bolliti o fritti o grigliati o cucinati a fuoco lento e vivo in un enorme pentolone da fattucchiera? Con un pizzico di Virtù o una manciata di Fortuna dovrà essere impanato questo Principe? Buono se più dolce o più salato? Dovrà essere condito con salse piccanti o granaglie di spezie antiche o fatto scivolare in gola come una delicata pietanza? Quali aromi ci indicheranno lo stato della sua cottura? E poi siamo proprio sicuri che esista una ricetta precisa per creare ex novo un governante modello? O che il popolo stesso non sputerà il boccone di qualsiasi ricetta gli venga proposta, tirando persino il piatto addosso all’oste che l’ha servito?

Comunque è proprio grazie alla metafora culinaria, che lo spettatore riesce a metabolizzare, appunto gustandolo, il nucleo di un’opera caustica quanto sempre attuale, le fitte trame di un autentico manuale di quella che oggi si suole chiamare real-politik. Le leggi del potere di ogni epoca cucinate a dovere per essere masticabili da ogni palato. Sulla scena metaforicamente ingegnosa oltre alle ingegnerie politiche finemente trattate dal Machiavelli, fra pentole in ebollizione, sacchi di farinosi simboli e toque blanche, si diffonde il sapore rinascimentale di quella lingua che ancora parla alle nostre più intime corde. Lingua capace di tratteggiare le guarnizioni nitide dei ritratti di decine di Principi del passato, da Mosè, Ciro di Persia e Ottaviano Augusto a Ludovico il Moro o Papa Alessandro VI, dall’imperatore Settimio Severo, passando a Maometto II di Turchia o Agatocle di Siracusa. Di modelli ve n’è l’imbarazzo della scelta, nel passato come nella saggezza della voce di intellettuali della nostra epoca. E può capitare anche che in questa cucina secolare, spunti fuori un aroma più moderno appunto, che debba la sua fragranza ad un Montanelli o un Pasolini o ad una Natalia Ginzburg. E mentre il pentolone continua a fumare e la cottura a farsi in un tempo che non è dato sapere, l’attesa si fa amara, le parole inquiete, la speranza sempre più ingrigita, fredda, “tecnica”.

Perché Machiavelli sta oltre il suo momento storico, parlandoci innanzitutto del Potere, antico quanto l’uomo, privo d’epoca. Machiavelli dispone il Potere sul suo tavolo operatorio, e con bisturi affilatissimo ne investiga le più sanguigne profondità. La sua analisi è talmente scientifica da assomigliare più a uno specchio che a un argomentare, inappellabilmente spietata e per questo lucida, dunque tuttora credibile. (Stefano Massini)

regia di Stefano Massini con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci

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