“In memoria di una signora amica” di Giuseppe Patroni Griffi

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Foto di Marco Ghidelli
Foto di Marco Ghidelli

Produzione Teatro Stabile di Napoli

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È la Napoli del 1945. Una città devastata da una guerra che oltre a distruggere case e palazzi, ha devastato le coscienze, destabilizzato i valori. È la necessità di sopravvivere che sviluppa l’ingegno e spinge l’uomo (ora come allora) a ripercorrere tutte le vie che gli si aprono davanti mettendo spesso a tacere la propria coscienza. E la via più facile – e forse in quel contesto l’unica – è quella dell’illegalità che porta al contrabbando, alla prostituzione, al furto. Ma quando cessa la guerra e l’indigenza, è difficile cambiare registro, risalire la china dell’onestà. I freni inibitori della coscienza non funzionano più, arrugginiti come sono, dall’avidità e dalla facilità del guadagno. Questo è lo sfondo in cui si muovono i personaggi della commedia. La vicenda narrativa ha come focus lo scontro generazionale fra gli adulti che sbarcano il lunario con fatalistica determinazione immunizzati come sono da scrupoli morali (Mariella Bagnoli e il clan delle amiche di poker) e i giovani (il figlio Roberto e l’amico Alfredo) che non accettano compromessi e vogliono lasciare Napoli con cechoviana illusione. Vogliono andare a Roma e vivono questo desiderio con lo struggimento del distacco dal mare, delle belle giornate, dal forte legame con la loro terra. Lei Mariella è l’espressione delle piccola borghesia napoletana (come scrive l’autore “senza ideali provinciale e menefreghista, che ha accettato il fascismo senza neppure comprenderlo o valutarlo, ma come un fastidio insopportabile” che viaggia sul crinale che separa la delinquenza dall’illegalità in cui si rifugia per sopravvivere. In virtù delle “leggi economiche”, affitta la sua stanza da letto alle prostitute, il tavolo da gioco alle amiche per il pokerino per non parlare della bizzarra esibizione (a pagamento) in uno spettacolo che oggi chiameremmo burlesque, in realtà una “sceneggiata”. In memoria di una signora amica si svolge in quattro quadri, quattro serate dal 1945 al 1950 dove i personaggi, fra euforia e rassegnazione, amore e odio, si spostano da Napoli a Roma per poi ritornare, di nuovo, disillusi e delusi dalle promesse di una capitale sulla quale si sono già avventate le mani sporche degli speculatori. I quattro tempi in cui la rappresentazione si articola sono frutto di un’ispirata prospettiva drammaturgica con una mesta e delicata attenzione dell’autore a scavare con sincerità nella memoria.

Fra i personaggi il più indovinato è il vecchio maestro di musica (con le sue apocalittiche previsioni di una Napoli esclusa dalla storia) che è sintonizzato su Schonberg e il “sistema seriale” dodecafonico mentre per contro lo spettacolo apre con la sinfonia N.5 in re minore di Šostakovič .

A volte la comprensione lessicale è ardua, ma la musicalità della parola vince ogni ostacolo anche perché l’uso del dialetto si limita ad una inflessione, ad una prosodia capace di conferire il giusto colore alla parola.

Gli interpreti sono di ottimo livello: fra le attrici Mascia Musy ha reso con dolcezza la tenera e inconcludente discorsività di Mariella e con lei ricordiamo Imma Villa, Fulvia Carotenuto, Antonella Stefanucci, Valentina Curatoli, Clio Cipolletta e Giorgia Coco. Fra gli attori si è imposto uno straordinario Tonino Taiuti nella parte del vecchio maestro di musica, bravi Eduardo Scarpetta, Carmine Borrino e Edoardo Sorgente. Belle le scene di Lino Fiorito che con pannelli mobili spostati dagli attori ha creato i singoli spazi.

Un applauso al regista Francesco Saponaro che, oltre a far girare perfettamente il meccanismo drammaturgico, ha saputo mantenere la poetica della napoletanità del testo.

Ottimo il disegno luci di Cesare Accetta e bellissime e funzionali le musiche di Mariano Bellopede che ha suonato dal vivo al pianoforte.

 

 

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