Gli ultimi cinque minuti

In scena fino all’11 dicembre 2016 al Teatro Prati di Roma

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fotoDal 4 novembre all’11 dicembre al Teatro Prati di Roma va in scena la commedia ‘Gli ultimi cinque minuti’ di Aldo De Benedetti. Regia di Fabio Gravina. Gli interpreti: Fabio Gravina (Carlo Reani), Paola Riolo (Renata Adorni), Marcello Tito Manganelli (Filippo Roberti), Mara Liuzzi (Isabella Camporese), Matteo Micheli (Astolfo, cameriere ed autista).

Quando l’incontro occasionale tra un uomo e una donna rischia di tramutarsi in scontro frontale per interessi contrastanti ed evolve poi verso reciproche intese a causa di mutate circostanze favorite da proposte bizzarre, è prevedibile che si attivino oscure sinergie e aspettative fuorvianti che solo rinviano la resa dei conti. Gli iniziali propositi, come i pregiudizi, sempre meno irrinunciabili, vengono spazzati via, dinanzi ad una estemporanea tavola imbandita, da compromessi imbarazzanti. Può accadere di sentirsi sempre meno estranei ad uno sconosciuto invadente fino a sentirsi improvvisamente attratti per imperscrutabile disposizione d’animo. Quando questi accordi accomodanti sono di natura più o meno amorosa, c’è il rischio che la nuova condizione, non più conflittuale ma pur sempre ambigua, scateni intrighi e annunci risvolti imprevedibili e paradossali, sottratti a qualsiasi pronostico. L’intraprendenza da una parte e la complice accondiscendenza dall’altra rappresentano il pretesto fortuito di tante storie comuni che si intrecciano scuotendo la monotonia ed esorcizzando la nevrosi quotidiana. Le distrazioni e le sorprese, ancor più gradite se inattese, sono il sale giocoso della vita, illudono l’insostenibile leggerezza dell’essere e a volte aiutano a meglio comprendere, scrutando i propri limiti, le ragioni degli altri. È più o meno quello che capita a Carlo Reani e Renata Adorni, i due protagonisti di ‘Gli ultimi cinque minuti’, commedia agrodolce scritta da Aldo De Benedetti nel 1951 e attualmente in scena al teatro Prati di Roma con la regia di Fabio Gravina. Carlo (Fabio Gravina) è un uomo di successo, un ricco industriale perdigiorno, Renata (Paola Riolo) una giovane donna spigliata e tenace che vuole realizzare le proprie ambizioni professionali lontano dalla famiglia, aprendo una sartoria nel cuore di fotoRoma insieme all’amica Isabella (Mara Liuzzi), nobildonna decaduta di nome e di fatto. Entrambi, nel medesimo istante, stanno visionando il medesimo appartamento oggetto del desiderio, inconsapevoli delle medesime mire di altri occhi di disturbo interessati all’affitto dell’alloggio. Mentre stanno setacciando in lungo e in largo gli ambienti, terrazza compresa, in compagnia dei rispettivi fidati consiglieri, Filippo (Marcello Tito Manganelli) per Carlo e Isabella per Renata, l’impatto fra gli aspiranti locatari è inevitabile. I sogni, come gli interventi di restyling già messi a dimora, rischiano il fallimento prematuro. Fiutato il pericolo, le pretese di ognuno su presunti diritti di prelazione offrono comunque lo spunto per una prima conoscenza tra i due, condensate da bisticci infantili e telefonate ad un proprietario introvabile. È un confronto aspro e in bilico fra la tracotanza di chi è avvezzo a non cedere mai, ad ottenere tutto comunque, e la solerte determinazione di chi non può perdere l’occasione del riscatto; un controcanto dissonante che diviene contesa in punta di fioretto prima del corteggiamento e dell’armistizio con annesso patteggiamento. La proposta di condividere l’appartamento diventando l’amante e poi la moglie dell’antagonista di alcuni attimi prima è ardita ma intrigante e va percorsa. L’incalzante affabulazione di Carlo vince le tenui resistenze di Renata che non trascura il fine, coglie l’originale opportunità e rilancia, dettando, lei, la condizione della vita. Se dovesse innamorarsi di un altro uomo, dovranno separarsi semplicemente, senza tragedie, ma con leale preavviso. Una ‘signorina di buona famiglia’ alla prova del nove, una donna senza illusioni scaltra e disinvolta, insolitamente spregiudicata, che intende riservarsi libertà di scelta per un più romantico domani, intestandosi una pagina d’amore ancora da scrivere… È un colpo inferto alle inattaccabili avances di chi pensava di prevedere tutto, sentimenti compresi, con avvilenti argomentazioni. Un’alternativa di comodo non è prevista. Il dado è tratto e la vicenda si ammanta di suspense, segnata da dubbi e misteri, incomprensioni e fotogelosie. Il tarlo del tradimento si insinua ben presto nell’animo di Carlo; le confidenze del placido Filippo che subisce da tempo le umiliazioni della moglie, non fanno che allertare il già prevenuto Carlo e una telefonata galeotta di Renata sarà più di un presentimento e quasi una prova. È come chi detiene un buono con lo sconto del cinquanta per cento, secondo il cinico paradosso di Carlo che rivela all’amico l’imminente tradimento di Renata; anche se non ti occorre nulla, finirai comunque per utilizzarne i vantaggi, per non sprecare l’offerta che ti è stata consentita, senza cautele e senza riserve. A nulla valgono i pedinamenti, i frequenti viaggi che Carlo propone a Renata per allontanare quello che è divenuto un incubo da lui stesso propiziato e che nel corso dell’ultima trasferta ha assunto le sembianze ormai definite del rivale, tal Dino Moriani. Realtà ed immaginazione hanno labili contorni, la diffidenza e il sospetto logorano chi ne è angosciato e inducono in tentazione chi ne è soffocato. Il tradimento da parte di Renata si materializza nella mente di Carlo. Travolto dal furore di possesso esclusivo, si convince del complotto e commette un’ imprudenza dietro l’altra. Nel tentativo maldestro di influenzarne l’importante decisione, viola persino l’intimità di Renata con uno squallido, sconcertante pretesto che sgomenta la vittima designata. Prepara l’attesa del dopo con lucida, crudele cura dei particolari, vuole stordire la preda, colmarla di ridicolo. È all’apice dell’ossessione. Qualcosa non funziona nel disegno aberrante di Carlo e nella sua filosofia. ‘Le donne sono solo marionette…non si tengono con l’amore ma con la paura di non essere amate.’ Rivelerà questo postulato prima dell’incontro decisivo al buon Filippo che, estasiato, ne blandirà le astuzie. L’ultima premonizione gli si ritorcerà contro. Gli ultimi cinque minuti sveleranno il senso dell’apologo che sottende al racconto. La mancanza ingiustificata di fiducia e ogni reiterata manifestazione di stupido orgoglio ed insano egoismo escludono l’altra parte e affondano l’amore. Non si può imporre il proprio volere con l’inganno che annulla ogni forma di rispetto. Il corso del destino non si devia architettando umilianti persecuzioni inquisitorie, tranelli dell’ultim’ora, avvertimenti velati di doppi sensi per prevenire la colpa o smascherare il colpevole. Il finale della commedia è amaro, velato di malinconia che fa riflettere. Le tentazioni fanno parte integrante della natura umana come la capacità di distinguere e la libertà di sbagliare. A volte le pagine d’amore le strappiamo sciaguratamente mentre attendono solo di essere scritte. A volte il buon senso di chi ci vuol bene contribuisce a farci aprire gli occhi. A volte… A volte invece il tempo è ormai scaduto.

fotoAldo De Benedetti è stato un fervido e sagace commediografo a torto considerato tra i minori del nostro Novecento, vissuto tra il periodo di regime, dei telefoni bianchi e il Neorealismo a cui non avrebbe mai aderito Attingendo ad un teatro crepuscolare che si nutre di sentimentalismo e malinconica rassegnazione, si propone di divertire attraverso un abile gioco degli equivoci, descrivendo soprattutto le miserie e le frustrazioni della gente comune, i sogni di evasione che quasi mai si realizzano e il desiderio di emancipazione del genere femminile. Nella sua produzione non risparmia di condannare la classe dominante e il pessimismo che permeava la cultura progressista del tempo, attraverso una satira pungente e arguta. Alla fine ripetitivo e a tratti convenzionale, fu incapace di rinnovarsi, prigioniero dei propri stereotipi. Nel 1955 ‘Gli ultimi cinque minuti’ divenne un film ma fu quasi un flop. Era una pellicola stanca e ormai anacronistica che si reggeva sugli scambi di battute fra due mostri sacri incautamente impiegati, come Vittorio De Sica e Peppino De Filippo. Nel 1968 fu realizzato uno sceneggiato per la televisione con Enrico Maria Salerno, Valeria Valeri, Ernesto Calindri e Ave Ninchi. Grandi interpreti, raffinati e un po’ snob, compiaciuti, soprattutto Pupo De Luca nelle vesti del musicista ammorbante con i suoi brani di avanguardia postweberniana. Atmosfere sofisticate e soffuse, decisamente aristocratiche, appropriate per quell’epoca, in bianco e nero, che stavano per cedere il passo a ben altre espressioni estetiche e culturali.

fotoFabio Gravina prende spunto dall’opera, leggera ma non disimpegnata, di De Benedetti, ne mutua le doti di acuto osservatore del genere umano e dei meccanismi della psiche femminile in particolare. Ne intuisce la modernità e gli sviluppi. Snellisce la sceneggiatura de ‘Gli ultimi cinque minuti’, riveste di attualità il contenuto, promuove un ritmo sostenuto all’azione e infonde sorprendente vigore ai personaggi. Una comicità travolgente che investe come mai prima Filippo, amico bistrattato di Carlo, interpretato da un impeccabile Marcello Tito Manganelli, enorme caratterista e spalla coi fiocchi, la ‘duchessa’ Isabella, una Mara Liuzzi spassosissima, sempre a suo agio in ogni situazione intricata, fidata complice ed amica, quindi l’ingessatissimo e caricaturale Astolfo, cameriere e autista, interpretato da Matteo Micheli, versatile e sempre al servizio della causa. Lo spettacolo è un susseguirsi di situazioni grottesche e di equivoci coinvolgenti fino all’ultimo respiro. Il risultato è oltremodo gradevole e stimolante. Venuti meno i riferimenti ideologici superati dal tempo, Gravina dà alla commedia una brillantezza che non aveva, connota di autoironia e ingombrante fisicità il personaggio di un inedito Carlo, dirompente nelle sue esternazioni farneticanti, inquietante nei subdoli propositi, teneramente mortificato quando è messo di fronte alle sue colpe. Il duetto con il malcapitato Filippo, pianista affranto e sofferente, con ‘la sponda’ vincente di Isabella, è una delle gags imperdibili che premiano lo spettatore, come l’ondeggiamento ammiccante ed esagerato, da fricchettone estasiato sulle languide note di una struggente melodia. Per un attimo, e non sia irriverente, l’accostamento al Principe rinnova il ricordo. Paola Riolo è infine una superba Renata, radiosa e appassionata, determinata nelle proprie scelte, assolutamente adeguata. Interpreta il personaggio con intensità e carattere, garbo e misura, dovizia di fascino misto a naturale eleganza.

I costumi sono di Paola Riolo. La scenografia di Francesco De Summa. Le musiche originali di Mariano Perrella.

Fino all’11 dicembre 2016 al Teatro Prati di Roma.

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